Offlaga Disco Pax, Gioco di società: l’intervista a Max Collini

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Ancora lo sport come metafora di vita, un’altra storia stavolta ancor più strappalacrime dopo la corrente ventralista e i suoi strascichi. Anche voi siete dell’idea che si possa fare di storici personaggi alla Paolo Sollier (chi non lo conosce si rechi immediatamente su google o altri motori di ricerca e faccia del sano mea culpa, NdR) il viatico per uscire dalla crisi cervellotica e disumana in cui lo sport-business è precipitato?
Max Collini. Lo sport è un luogo del “Gioco di Società”, qualunque essa sia, molto frequentato. Chi partendo dallo sport ha poi fatto percorsi di tipo sociale e politico portando al suo interno un elemento di consapevolezza maggiore getta su quel mondo uno sguardo meno usuale, meno disincantato, più interessante. Paolo Sollier era in questo senso perfetto nello smascherare le contraddizioni del calcio della sua epoca, ma nel mondo di oggi una così definita posizione politica per un calciatore parrebbe quasi inverosimile, anche se alcune eccezioni ci sono. Atletica, calcio e ciclismo sono gli sport che hanno ispirato alcune nostre storie, sono discipline che popolano da sempre l’immaginario collettivo ed era quasi inevitabile che colpissero anche il nostro.

Dopo l’episodio di “Sensibile” in“Bachelite”, stavolta il personaggio storico è lo scomodo Gheddafi. Pensate che i vostri toni minimal e la tenacia della vostra drum machine possano far realmente riflettere gli sbarbati che oggi calpestano i sampietrini della vostra ultra citata Reggio Emilia?
Max Collini. Vale sempre la risposta di prima, non lo penso per niente, non mi pongo queste domande quando scrivo i testi degli ODP. Noi raccontiamo storie, senza alcuna pretesa. Sono storie spesso molto personali in cui ognuno troverà quello che vorrà trovare. Da ragazzo speravo di cambiare il mondo, ora spero solo che questo mondo non cambi troppo me.

OfflagaDiscoPax e il mondo dei social network. Qual è il vostro rapporto? Amore? Amore e odio? Odio?
Max Collini. Amore e odio sono cose molto serie e non sono il metro che utilizzerei per giudicare i social network. Mi sembrano strumenti molto utili per comunicare facilmente e li usiamo sia personalmente sia per il gruppo. Con misura, direi.

Il cerchio territoriale tracciato dalle vostre liriche è fin troppo chiaro e sembra aver creato un solco ormai invalicabile con l’attualità. Personaggi imprevedibili e tanta amarezza nel gioco di desistenza della classe media e dei suoi risparmi la fanno da padrone; mentre la storia d’amore di “Parlo da solo” è finita. Come riuscite – ed è la terza volta – a trasformare ricordi e storie in materiale sonoro resistente, mentre lì fuori governa l’ossessione del più moderno spread? Quanto ha pesato l’immaginazione nell’anima di “Gioco di società” ?
Max Collini. Io descrivo il presente, lo faccio sempre, anche quando le storie che racconto sono rivolte al passato. Siccome per parlare di attualità fatico a trovare un linguaggio soddisfacente e scevro appunto dalla retorica che inevitabilmente permea il qui e adesso, il passato diventa un riferimento con cui misurare le cose, meglio o peggio non ha importanza. Forse per la prima volta in questo disco c’è un qualche tipo di presa di posizione su una questione recentissima (la guerra in Libia in “Piccola storia ultras”), ma come sempre per arrivarci siamo dovuti partire dal medioevo prossimo venturo… 

Grazie Max per essere stato nostro ospite su PausaCaffè. Alla prossima!

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