Il nuovo film di Ira Sachs, approdato su MUBI, trasforma una trascrizione dimenticata in un ritratto intimo e inaspettato di Peter Hujar. È un’opera che sceglie l’interiorità e la parola invece delle sequenze di gloria, e proprio per questo sorprende e avvince.
Da un quaderno ritrovato alla sala di proiezione: l’origine del progetto
Nel 1974 la scrittrice Linda Rosenkrantz registrò le ventiquattro ore di una giornata di Peter Hujar. La registrazione sparì. La trascrizione riemerse quattro decenni dopo, finì alla Morgan Library & Museum e fu pubblicata nel 2022 da Magic Hour Press.
Ira Sachs scoprì quel piccolo libro in una libreria parigina durante le riprese di Passages con Ben Whishaw. Ne rimase affascinato e decise di trasformare quel testo in un film. La scelta iniziale fu radicale: usare quel diario verbale come unica base per costruire un lungometraggio.
Il materiale che alimenta il film
- telefonate a personalità come Susan Sontag;
- incontri di lavoro e piccoli disagi quotidiani;
- una sessione fotografica con Allen Ginsberg;
- sviluppo del rullino, pause, sigarette e sonnolenza.
Un anti-biopic che ricostruisce senza mitizzare
Sachs non segue la strada del biopic tradizionale. Decide di raccontare il giorno in cui Hujar si racconta, mantenendo l’intera azione in un appartamento.
Il risultato è un film che evita la parabola edificante e la ricostruzione cronologica. È un ritratto intimista: nomi famosi emergono soltanto come riferimenti orali, gli scatti di Hujar non vengono mostrati e la New York degli anni Settanta resta evocata, non esibita.
La scena come universo: due persone, una stanza
L’ambientazione è volutamente stretta: due attori, una conversazione, un interno. Eppure Sachs sfrutta il limite come opportunità narrativa.
- uso del tempo diegetico per far scorrere il giorno;
- attenzione al corpo e alle posture;
- variazioni di luce in 16mm per segnare lo scorrere delle ore;
- pauses e suoni che costruiscono il ritmo emotivo.
Il film dimostra che una voce prolungata può diventare cinema puro quando è accompagnata da precise scelte di messa in scena.
Recitazione e artificio: come funziona l’illusione
Ben Whishaw dà corpo a Hujar senza imitazioni preconfezionate. Non esiste materiale video dell’epoca cui aggrapparsi, perciò l’attore inventa movenze, inflessioni e fragilità.
Rebecca Hall interpreta Linda con naturalezza: ascolta, sorride, guida il ritmo. Insieme, i due danno vita a una relazione che trasforma un lungo monologo in dialogo vivido.
La direzione degli attori, la fotografia di Alex Ashe e le scelte sonore ricordano spesso il teatro, ma mantengono la forza visiva del cinema. La durata contenuta, 76 minuti, mantiene la tensione e non appesantisce l’esperienza.
Rottura della quarta parete e sincerità intenzionale
Sachs permette a volte che venga mostrato il set, il ciak, il nastro che registra. Quei dettagli rivelano il meccanismo della finzione.
Queste intrusioni non spengono l’incantesimo. Anzi, la consapevolezza dell’artificio accentua la sincerità emotiva. Lo spettatore si lascia convincere proprio perché percepisce il tentativo diretto di restituire un carattere umano piuttosto che una legenda.
Tra cinema e videoarte: un’opera a confine
Il riduzionismo del progetto ricorda certe pratiche delle arti concettuali. Alcuni lo considerano perfetto per una sala museale. Whishaw ha detto che potrebbe funzionare anche così.
Ma Sachs definisce il film come un’esperienza sensoriale da vivere dall’inizio alla fine. Non una semplice installazione, ma un’opera pensata per lo schermo e per il tempo della proiezione.
I dettagli quotidiani che costruiscono un’identità
Molti passaggi del testo riportano preoccupazioni banali: la biro che non scrive, il costo delle sigarette, il prezzo del cibo da asporto. Questi piccoli fatti umanizzano l’artista.
- piccoli disagi pratici che contrastano con la grandezza percepita dell’artista;
- domande sul valore economico del proprio lavoro;
- la sensazione ricorrente di aver sprecato la giornata.
Proprio queste digressioni domestiche rendono Hujar un personaggio accessibile e complesso, non una figura mitizzata ma un umano con ambizioni e necessità materiali.
Memoria, perdita e rinascita postuma
Hujar non raggiunse la fama in vita. Dopo la diagnosi di AIDS smise di fotografare e morì nel 1987, a 53 anni. La riscoperta del suo lavoro avvenne gradualmente dopo la sua morte.
La scena queer newyorkese degli anni Ottanta, con figure come Mapplethorpe, Nan Goldin e David Wojnarowicz, fu travolta dall’epidemia. Sachs ha legami profondi con quella storia: arrivò a New York nel 1988, lavorò come assistente in Longtime Companion e fondò Queer|Art nel 2009.
Il film di Sachs si inserisce in un più ampio lavoro di memoria e recupero della cultura queer colpita dall’AIDS, senza però indulgere al melodramma.
Hujar per un giorno: il desiderio di essere una star
Nel racconto Hujar ammette di voler essere riconosciuto, persino di sperare in denaro e celebrità. Nella realtà morì senza grosse ricchezze e noto solo a pochi.
Sachs non riempie il vuoto di documenti sulla sua vita. Preferisce costruire un ritratto dichiaratamente artificiale che suona però autentico. Per la durata del film Hujar appare insieme fragile e magnetico, e per un giorno diventa ciò che avrebbe voluto essere.
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Davide Caruso è un appassionato di cultura e tendenze artistiche. Nei suoi articoli esplora le connessioni tra moda, arte e società, offrendo ai lettori una visione moderna e dinamica della cultura italiana e mondiale. La sua scrittura precisa e ispirata rende ogni tema accessibile a tutti.



