Al Lido di Venezia, Broken English si presenta come un’opera che riscrive la percezione pubblica di Marianne Faithfull. Il film, firmato da Jane Pollard e Iain Forsyth, evita la biografia convenzionale e restituisce all’artista la parola e la dignità che i tabloid le avevano sottratto.
Un approccio ibrido: tra documentario e finzione
Pollard e Forsyth definiscono il loro lavoro un «documentario-non-documentario». L’intenzione è chiara: non smontare la vita di Marianne con piglio giornalistico, ma creare un ritratto artistico che esplori la sua voce.
Tilda Swinton guida la narrazione con una figura simbolica, il «Ministero della Non-Dimenticanza». Il dispositivo serve a rimettere in moto la memoria, lontano dalla cronaca scandalistica.
Restituire agency a Marianne Faithfull
Al centro del film c’è la volontà di ricollocare Marianne come protagonista delle sue scelte. Non più vittima permanente dei fatti privati, ma artista in continua trasformazione.
Broken English vuole mostrare l’autrice e la donna, capace di rinascere attraverso la musica per oltre sei decenni.
- Rifiuto del ritratto tabloid.
- Focus sul lavoro artistico e sulla produzione musicale.
- Rappresentazione delle molte Marianne di epoche diverse.
George MacKay: il medium davanti alla macchina da presa
George MacKay assume il ruolo di tramite tra Marianne e il pubblico. Non è una controfigura, ma un attore che stimola risposte genuine.
I registi hanno costruito scene e copioni flessibili. MacKay ha lavorato con auricolare, seguendo istruzioni in tempo reale. Il risultato è un teatro filmato, dove la spontaneità è centrale.
Gli incontri sul set diventano momenti rivelatori. Un esempio: la scena con l’ex marito John Dunbar, improvvisata e carica di intimità, restituisce l’umanità di Marianne.
Il racconto della caduta e della rinascita
La pellicola non nasconde il dolore: il crollo personale, la dipendenza, il coma immortalato dai paparazzi. Ma evita il morbosità fine a sé stessa.
È la musica a segnare la svolta. Con l’album Broken English Marianne ritrova sé stessa. Da quel punto in poi il lavoro diventa il luogo della sua rivincita.
«Fuck them», la frase ricorrente nel film, scandisce la distanza definitiva dal sessismo e dalla vendetta mediatica che l’avevano segnata.
Voce collettiva: le interpreti e il coro delle artiste
Il film inserisce altre voci femminili che cantano e commentano la sua storia. Tra le partecipazioni figurano nomi noti della scena alternativa.
- Beth Orton
- Courtney Love
- Suki Waterhouse
- Jehnny Beth
Le loro esibizioni non mettono in ombra Marianne. Al contrario, convergono su di lei come centro narrativo.
Musica e affetti: Nick Cave, Warren Ellis e l’ultima registrazione
La colonna sonora attraversa il film come una linea di energia. Brani storici e pezzi più recenti tessono la trama emozionale.
L’elemento più potente è l’ultima sessione in studio con Nick Cave e Warren Ellis. Nessuno immaginava sarebbe stata l’ultima registrazione della cantante.
In quel momento si vede un’intimità autentica: un bacio, sussurri, e una performance che suona come un addio consapevole. La scena è insieme fragile e piena di vita.
Il montaggio della memoria: arte contro cronaca
I registi rifiutano la linearità biografica. Preferiscono assemblare immagini, interviste e performance in un mosaico che restituisce sensazioni.
Secondo Forsyth, il cinema deve «dipingere un volto» invece di limitarsi a elencare fatti. Internet è già colma di dati; il film punta a creare empatia.
Produzione, set e scelte registiche
Le riprese principali con Marianne e MacKay sono avvenute quando la salute della cantante era precaria. I due registi hanno calibrato tempi e pause per rispettare le sue energie.
Le sessioni sono state brevi e intense. Pollard parla di giorni di lavoro scanditi da riprese di 40 minuti e lunghe pause per far recuperare Marianne.
Reazioni e significato culturale
Broken English arriva a Venezia 82 come un tentativo di riformulare un’icona mal raccontata. Il film vuole essere un atto politico contro l’oblio selettivo della Storia.
Per molti spettatori il progetto restituisce al pubblico la possibilità di guardare Marianne con occhi nuovi. Non come oggetto di scandalo, ma come creatrice instancabile.
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Martina Fabbri è una giornalista specializzata in cinema e serie TV. Analizza le produzioni con uno sguardo critico e un approccio accessibile, permettendo ai lettori di apprezzare le scelte artistiche dietro ogni opera. I suoi articoli valorizzano sia il cinema italiano sia le grandi produzioni internazionali.



