Il nuovo film di Giovanni Tortorici insiste su dettagli quotidiani e atmosfere che suonano familiari. Ambientato a Palermo nel 2012, Ketticè osserva una gioventù che vive la noia come forma di esplorazione. È un ritratto vivido e personale, che non teme di andare indietro per capire il presente.
Un regista che torna alla sua stanza: la cifra autoriale di Tortorici
Giovanni Tortorici costruisce immagini che somigliano a ricordi. Le inquadrature si concentrano su gesti minimi. Il regista porta sullo schermo un mondo fatto di palazzi, biciclette e cassette musicali.
Stile e continuità con Diciannove
- Tortorici privilegia il dettaglio sensoriale.
- La sua narrazione è quasi diaristica.
- Il passato personale diventa materiale narrativo.
La sua estetica è cinema in senso stretto, e si percepisce la cura per il suono, la musica e la composizione del fotogramma.
Ritratto di adolescenti palermitani nel 2012
Il film si concentra su ragazzi di 15-16 anni. Sono spesso provenienti da famiglie agiate. La scena politica e sociale del 2012 resta sullo sfondo, ma influenza i protagonisti.

- Giornate sospese tra videogiochi e uscite in città.
- Musica che definisce identità e relazioni.
- Dialoghi che oscillano tra ironia e serietà.
Questi giovani non sono descritti come svogliati. Al contrario, manifestano forme nuove di ricerca di senso.
I genitori come presenza assente: un tema ricorrente
Nel film, gli adulti appaiono spesso disallineati rispetto ai figli. La recitazione delle figure genitoriali tende a mostrare apatia e isolamento.
La madre è ritratta con aspettative e contraddizioni, una figura che non riesce a interpretare il disagio dei più giovani.
Musica, sesso e rituali di gruppo
La colonna sonora è un elemento centrale. I brani trasformano stanze e strade in luoghi di condivisione.
- Musica come collante sociale.
- Conversazioni su sessualità e identità.
- Piccole azioni che diventano rituali collettivi.
Queste dimensioni non sono spettacolarizzate. Appaiono invece come parti di una quotidianità creativa e in divenire.
Il confronto con altri osservatori dell’adolescenza
Critici e altri registi hanno già provato a descrivere l’adolescenza contemporanea. Tra loro, Matteo Lancini rappresenta un punto di riferimento. La sua attenzione al tempo giovanile fornisce una chiave utile di lettura.
Tortorici dialoga con quella sensibilità, ma lo fa con immagini e una voce personale.
Tempo, automazione e domande sull’avvenire
Il film suggerisce che la noia non è semplice mancanza. È un campo di prova per nuovi modi di vivere.

In un contesto più ampio si aprono riflessioni sull’automazione e sul senso del lavoro. Anche senza retorica, Ketticè lascia emergere queste tensioni.
- Domande su reddito, tempo libero e ruoli sociali.
- Rischi e opportunità della tecnologia.
- Il peso delle aspettative generazionali.
La pellicola al Festival di Locarno e la ricezione
Ketticè è stato proiettato a Locarno. L’accoglienza ha sottolineato la forza visiva del film.
Critici e spettatori hanno notato l’attenzione per il quotidiano e la capacità narrativa del regista.
Perché questo racconto interessa oggi
Il film parla a chi attraversa l’età giusta per sentirsi fuori misura. Parla anche a chi osserva dall’esterno, curioso o preoccupato.
La forza del racconto sta nel non predicare, ma nel mostrare ed esplorare. Le immagini restano e sollevano domande aperte.
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Martina Fabbri è una giornalista specializzata in cinema e serie TV. Analizza le produzioni con uno sguardo critico e un approccio accessibile, permettendo ai lettori di apprezzare le scelte artistiche dietro ogni opera. I suoi articoli valorizzano sia il cinema italiano sia le grandi produzioni internazionali.



