Antonio Capuano maestro: non gli importa essere finalmente considerato tale

Alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia Antonio Capuano ha portato il suo nuovo lavoro, L’isola di Andrea. Lo abbiamo incontrato per parlare di provini, passeggiate in acqua e dell’amore che attraversa i suoi film.

Il cinema come nuoto: libertà e ritmo

Per Capuano dirigere e immergersi sono due attività che producono lo stesso effetto. In acqua sente il corpo che si risveglia. Sul set prova la stessa sensazione.

“Nuotare mi libera, come fare film”, dice, riferendosi alla spinta vitale che gli danno entrambe le esperienze.

Vive a Posillipo, vicino a scogliere alte. Racconta con ironia l’ultima volta che è andato al mare: è passato più di un mese e mezzo dall’ultimo bagno. Il mare per lui non è solo paesaggio. È un luogo che rigenera e che influenza il modo in cui dirige.

Il suo metodo di casting: niente provini tradizionali

Capuano rifiuta l’idea di sottoporre gli attori a provini convenzionali. Preferisce incontrarli e sentirne la presenza.

  • Non ama la formalità del provino.
  • Cerca la verità nell’incontro diretto.
  • Si affida all’intuizione quando stringe una mano.

Così è nato il rapporto con Vinicio Marchioni. Dopo due ore insieme Capuano ha capito che era la scelta giusta per il ruolo principale.

Personaggi e verità scenica: l’attore che “è” e non che recita

Il regista insiste sul fatto che gli attori migliori non recitano: semplicemente sono. Vuole persone trasparenti, senza maschere.

Le performance autentiche vengono da chi riesce a essere, non a fingere, sostiene.

Parla della coppia centrale del film: due genitori in crisi, pieni di contraddizioni, che si amano e si feriscono. Per lui la balbuzie del personaggio non è un vezzo, ma un elemento che porta la scena vicino alla verità.

Il bambino sul set e il caos creativo

L’isola di Andrea è costruito attorno a un bambino, Andrea Migliucci. Capuano racconta il set come un luogo vivace, spesso caotico, dove la presenza dei più piccoli trasforma tutto.

Con i bambini sul set succede di tutto, ed è bello così, dice, parlando della spontaneità che emerg e improvvisa.

Come lavora: riprese, montaggio e suono

Il suo approccio è istintivo e veloce. Talvolta gira una scena una sola volta, perché quella sensazione gli basta.

Non accetta che il montaggio diventi solo compito altrui. Per lui il montaggio è parte creativa fondamentale, insieme al suono.

  • Preferisce decidere personalmente l’ordine delle inquadrature.
  • Ritiene il suono un elemento creativo, non accessorio.
  • Non ama chi dà tutto per scontato durante le riprese.

Racconti dalla vita e incontri che restano

Nel corso dell’intervista riaffiorano episodi personali. In una discesa a Marechiaro ha incontrato Nando Triola, protagonista del suo primo film. È stato un incontro emozionante e doloroso.

Capuano parla anche del produttore Andrea Leone, giovane e presente sul set, che ha saputo sostenere il progetto con semplicità e impegno.

Relazioni nel cinema: indipendenza e rapporti con i festival

Rimanere indipendenti non è per lui un problema. Nei confronti dei produttori mantiene un rapporto pratico e schietto.

Racconta anche qualche tensione con la direzione di festival. Su Alberto Barbera ammette un rapporto di lunga data, ma con qualche incomprensione sul passato.

Il percorso personale: dall’accademia al primo film

Prima di diventare regista, Capuano ha lavorato come scenografo e in televisione. L’incontro con il regista Alberto Negrin gli ha aperto la strada verso la regia.

Il suo esordio, Vito e gli altri, nasce da quell’esperienza collettiva con i ragazzi dell’Accademia delle Belle Arti, dove ha insegnato e amato il confronto con gli studenti.

Non ama essere chiamato “maestro”; preferisce il ruolo concreto del professore, o semplicemente “Antonio”.

Sulla vita privata: il peso dell’amore e il desiderio di figli

Parla con franchezza dell’importanza dei figli: li definisce una salvezza, un cambiamento radicale che trasforma la vita.

Ammette inoltre che la perdita dell’amore della sua vita lo ha cambiato profondamente. Dice di sentirsi in qualche modo incompleto senza quell’amore.

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