Laura Samani torna con un film che amplifica le domande del suo debutto. Un anno di scuola porta in sala il 2007 triestino e racconta come una ragazza straniera possa riscrivere l’equilibrio di un gruppo di amici. Il risultato è un racconto di formazione che mescola desiderio, identità e sguardi contraddittori. Il film conferma una regista che non teme di cambiare registro.
Da Piccolo corpo a Un anno di scuola: la sfida dell’opera seconda
La pressione sull’opera seconda è nota. Chi esordisce in modo applaudito rischia l’etichetta. Samani ha scelto di non replicare uno stile già riconosciuto. Dopo il sorprendente Piccolo corpo, ha cercato una voce diversa. Non voleva essere solo un seguito del primo successo.
Il suo secondo film è stato accolto in concorsi internazionali, con tappe importanti come la Mostra di Venezia, sezione Orizzonti. L’interpretazione di Giacomo Covi ha ottenuto un riconoscimento. Questo premio ha dato visibilità all’opera e alla troupe.
Trasformare un classico triestino: dal racconto al 2007
Il progetto parte da Giani Stuparich, ma Samani non ha fatto una trasposizione pedissequa. Il racconto del 1929, ambientato nel 1909, è stato riscritto per arrivare a un settembre 2007 denso di segnali storici e personali.
Perché il 2007
- L’ingresso della Slovenia in Schengen ha cambiato la geografia emotiva di Trieste.
- Era l’ultimo anno prima dell’esplosione dei social e della crisi finanziaria globale.
- Per la regista è anche un punto biografico: era il suo ultimo anno di scuola.
Questa scelta temporale aiuta a restituire la sensazione di soglia. È un anno che non è ancora il presente. Però contiene già i germi dei cambiamenti futuri.
Fred, la ragazza che arriva e destabilizza
Nel film Fred è la protagonista. È una diciottenne svedese che entra in una classe maschile e cambia le dinamiche. La sua presenza mette in crisi l’amicizia protetta tra Antero, Pasini e Mitis.
Samani ha scelto di renderla straniera per sottolineare uno sguardo esterno. La Fred del romanzo non è straniera allo stesso modo. Qui la svedesità serve a esplorare stereotipi, desiderio e fetishizzazione.
Fred non è solo un oggetto di desiderio. Samani lavora per trasformare la prospettiva dello spettatore. All’inizio il film concede il piacere di uno sguardo maschile. Poi quel punto di vista viene messo in discussione.
Il male gaze come dispositivo narrativo
Il film usa il concetto di male gaze come strumento drammaturgico. Non è un condanna a priori. È un meccanismo che viene mostrato e poi decostruito.
La regista permette allo spettatore di sentirsi a suo agio nell’osservare. Poi sposta il focus. Questo movimento è misurato e fatto con empatia. Non pretende di dare risposte semplici.
Amicizia, identità maschile e nuove parole
Uno dei nuclei più potenti è la fragilità della relazione tra i tre ragazzi. Samani osserva cosa accade quando il gruppo deve rinegoziare confini affettivi.
Il film solleva una domanda sociale: come accompagnare i ragazzi nella costruzione dell’identità? La regista nota una difficoltà collettiva a trovare un lessico adeguato. Questo lascia spazio a performance forzate e mascolinità performativa.
Metodo-non-metodo: lavorare con attori non professionisti
Gran parte del cast è composto da attori scoperti tra bar e aule. Samani definisce il suo approccio un metodo che non è un metodo. È flessibile e centrato sull’empatia.
- Casting mirato sulla mimesi emotiva tra attore e personaggio.
- Esercizi di improvvisazione per costruire fiducia.
- Ripetizione di pratiche sceniche per trovare una temperatura emotiva.
Molti momenti del film nascono da improvvisazioni che poi sono state filtrate nella sceneggiatura. La scena intima tra Antero e Fred, ad esempio, è il frutto di un esercizio ripetuto per creare complicità.
Colonna sonora: radici locali e memoria musicale
La musica è un elemento che definisce il tempo e il territorio. Samani e il supervisore Francesco Menegat hanno deciso di privilegiare la scena regionale del Friuli-Venezia Giulia.
Non si è scelto l’hit internazionale più ovvia. Al contrario, la selezione punta su band locali e su pezzi che definiscono un immaginario giovanile di quegli anni.
- Prozac+ e Più niente: un pezzo simbolo nel film.
- Band del Great Complotto e scene indipendenti della regione.
- Scelte che valorizzano la memoria e l’identità territoriale.
La colonna sonora contribuisce a rendere il film familiare e specifico al tempo stesso.
Festival e reazioni: dal pubblico alla critica
Il film ha circolato nei festival con buone risposte. A Venezia la proiezione in Orizzonti ha acceso il dibattito. Il premio attoriale ricevuto da Giacomo Covi ha rafforzato la visibilità dell’opera.
All’estero ci sono state reazioni curiose. A Göteborg, ad esempio, il riferimento alla Svezia ha suscitato domande sul grado di “avanzamento” di quel modello sociale.
Un film dentro il panorama teen drama e oltre
Il genere del coming of age vive un momento di grande esposizione. Serie e film attirano l’attenzione globale. Samani però non ha scritto il film per inserirsi in una tendenza.
Il suo obiettivo è stato semplice: fare un film che le sarebbe piaciuto vedere in sala. Questa scelta autoriale lo rende personale e, al tempo stesso, riconoscibile.
Il lavoro di scrittura e il prossimo passo
Dopo la promozione di Piccolo corpo, Samani ha sentito la necessità di cambiare registro. Ogni film per lei è anche un passo evolutivo.
Ora legge, cammina, ascolta musica. Sta prendendo tempo per far emergere nuove idee. Non ha ancora un progetto annunciato. Preferisce lasciare che le storie le vengano incontro.
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Martina Fabbri è una giornalista specializzata in cinema e serie TV. Analizza le produzioni con uno sguardo critico e un approccio accessibile, permettendo ai lettori di apprezzare le scelte artistiche dietro ogni opera. I suoi articoli valorizzano sia il cinema italiano sia le grandi produzioni internazionali.



