Abdulrazak Gurnah, premio Nobel, vuole restare straniero per sempre

Ho incontrato Abdulrazak Gurnah a Milano, durante la presentazione di Dottie, romanzo del 1990 che arriva in Italia dopo decenni. L’autore, premio Nobel, ha parlato di esilio, memoria e del modo in cui la letteratura trasforma il dolore in racconto.

Un autore dell’esilio: storia, scrittura e ritorni tardivi

Nato a Zanzibar nel 1948, Gurnah ha vissuto la fuga giovanile durante la rivoluzione. Quel trasferimento ha segnato tutta la sua produzione.

La migrazione è per lui centro tematico e lente critica. Nei suoi libri l’esilio non è solo un evento storico, ma una condizione che modella identità e relazioni.

Dottie in Italia: perché ora

Il romanzo fu scritto nel 1990 e pubblicato in lingua italiana solo nel 2026 da La nave di Teseo. L’opera mantiene una forza intatta, pur con differenze stilistiche inevitabili.

Il significato della parola “straniero”

Gurnah predilige il termine straniero rispetto a etichette burocratiche. Lo considera capace di esprimere smarrimento e appartenenza sospesa.

  • Descrive lo sradicamento più che lo statuto legale.
  • Evoca l’impegno personale a imparare un luogo nuovo.
  • Imposta la relazione sociale su pazienza e attenzione, non solo su diritti formali.

Vede nello “straniero” una prospettiva umana, non solo una categoria amministrativa.

Dottie, lavoro e nuovi margini sociali

Nel romanzo la fabbrica è un microcosmo di umanità marginale: operai senza prospettive e vite sospese.

Dove sono oggi le “fabbriche” di sfruttamento?

  • I campi agricoli in molti paesi europei.
  • Settori con salari bassi e lavoro sommerso.
  • Filiere globali che nascondono condizioni indecenti dietro l’automazione.

Gurnah richiama l’attenzione sulle disparità: mentre le industrie diventano tecnologiche, il lavoro più duro resta spesso in mano a chi non ha documenti.

Ipocrisie, buone intenzioni e razzismo sottile

Il romanzo mette in scena personaggi che si proclamano progressisti ma ripetono dinamiche discriminatorie.

Gurnah denuncia l’autoassoluzione: chi pensa di essere “dalla parte giusta” può facilmente ignorare le proprie complicità.

Colonialismo: memoria e strategie di negazione

Il passato coloniale continua a modellare il presente. Secondo Gurnah, dopo la decolonizzazione emergono due reazioni:

  • Minimizzare le responsabilità storiche.
  • Ritenerle inevitabili o giustificate.

Entrambe le risposte servono a scaricare il senso di colpa e a mantenere narrazioni nazionali rassicuranti.

Politica migratoria, paura e discorsi nazionali

Il dibattito pubblico su migrazione e asilo si è irrigidito. Le misure amministrative spesso complicano e disumanizzano gli arrivi.

Gurnah osserva come la migrazione sia diventata capro espiatorio per molti malcontenti sociali.

Brexit e identità

La Brexit ha riacceso tensioni attorno all’appartenenza. Le retoriche nazionaliste si intrecciano con la paura dell’altro.

Essere “inglese”: limiti di una identità esclusiva

Per chi arriva da fuori è difficile sentirsi mai completamente integrato agli occhi degli altri.

  • L’appartenenza legale non cancella lo stigma sociale.
  • La nozione di “inglesità” spesso è costruita come esclusione.
  • Gurnah preferisce la cittadinanza come diritto pratico più che come apice di identità.

Memoria, lettura e riscrittura della storia nazionale

Nel libro Dottie riorganizza i suoi ricordi e rilegge i testi della tradizione come strumenti di auto-definizione.

La letteratura nazionale non è neutra: leggere un classico può rivelare omissioni e pregiudizi.

Esempi di reinterpretazione

  • Rileggere Jane Austen come parte della narrativa nazionale con implicazioni politiche.
  • Smontare rappresentazioni che presentano il passato coloniale come innocuo.

Gurnah mostra come la lettura possa diventare atto di riappropriazione, capace di trasformare l’immaginario collettivo.

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