A Venezia, nella sezione Orizzonti, un nuovo film di Alina Marazzi riapre una ferita storica e restituisce volto e voce a Gerda Taro. La pellicola ricompone frammenti di vita, immagini d’archivio e scelte artistiche per riconsegnare alla prima fotoreporter donna caduta in battaglia un’identità troppo a lungo oscurata dal mito di Robert Capa.
Un ritratto che riassembla una vita
La ragazza con la Leica racconta Gerda in prima persona. La narrazione procede per lampi e ricordi. Il film prende un singolo giorno come perno e da lì salta avanti e indietro nel tempo.
Il percorso biografico copre la Stoccarda della giovinezza, la Lipsia dell’attivismo, la Parigi degli esuli e il fronte della guerra civile spagnola. La voce del personaggio è tanto intima quanto lucida nel raccontare la scelta di esserci e fotografare.
Scelte di linguaggio: pellicola, grana e archivio
Marazzi trasforma materiale d’epoca e ricostruzione in un tessuto visivo unico.

Come è stato costruito il linguaggio filmico
- Uso di Super8 e 16mm per restituire una texture d’epoca.
- Digitalizzazione che conserva la grana come impronta di verità.
- Mescolanza di repertori ufficiali e riprese private.
Il risultato non è pura ricostruzione. È piuttosto un montaggio che fa degli archivi degli attori protagonisti. Filmati e fotografie non sono solo illustrazione: diventano memoria attiva.
La ricerca storica: un cantiere aperto
La lavorazione ha puntato sulla documentazione fin dalle prime fasi. Una ricercatrice d’archivio è stata coinvolta già in sviluppo. Questo ha cambiato il modo di scrivere e girare le scene.
- Materiali consultati: biografie, negativi ritrovati, film privati.
- La cosiddetta “valigia messicana” è stata una chiave per attribuire scatti.
- Fonti plurali hanno alimentato il montaggio e il tono del racconto.
Questa strategia ha permesso di immaginare momenti quotidiani come oggetti di storia. Anche gli elementi non usati in sala di montaggio hanno contribuito al progetto.
Volti e posture: come si dà corpo a Gerda
Emilia Schüle interpreta Gerda con un’energia misurata e una presenza fotografica.
Non si tratta di imitazione ossessiva. Piuttosto, è la capacità di assumere un’«attitude» fotografica che convince. L’attrice possiede una familiarità con le macchine e una postura credibile dietro l’obiettivo.
Il cast e le relazioni sullo schermo
- Aaron Altaras è André Friedmann, figura destinata a diventare Robert Capa.
- Il rapporto tra i due è un laboratorio di identità e invenzione.
- La compagna di vita e di lotta è rappresentata con delicatezza e complicità.
Le immagini dei ritratti reali sono state studiate per cogliere i gesti, i sorrisi e quel gioco ironico con l’obiettivo che definiva la vera Gerda.
I temi del film e le ricadute nel presente
La pellicola non è nostalgia sterile. Parla di responsabilità del fotogiornalismo e della scelta di essere testimoni.

Il filo che unisce passato e presente è continuo. Scene contemporanee inserite nel montaggio fanno emergere analogie con i conflitti odierni e con chi oggi rischia per documentare la verità.
- Il ruolo dell’immagine come strumento politico.
- La tensione tra testimonianza e spettacolo mediatico.
- La fragilità della memoria collettiva e la necessità di recuperarla.
Nel film appaiono simboli dell’oggi: bandiere e segni che introducono cortocircuiti temporali. L’effetto è di richiamare lo spettatore a considerare il passato come specchio del presente.
Scatti chiave e momenti visivi memorabili
Una sequenza sulla spiaggia di Barceloneta ricrea la foto più riprodotta di Taro: una miliziana in tacchi e pistola. La scena sintetizza il registro visivo e politico del film.
Ci sono immagini che diventano manifesti di identità. Qui il bianco e nero non è semplicemente estetica. È testimonianza.
- L’addestramento in riva al mare, tra leggerezza e pericolo.
- I ritratti in studio che mostrano il rapporto con l’obiettivo.
- Sequenze d’archivio che dialogano con le ricostruzioni.
Identità, scelte e legami affettivi
La traiettoria di Gerda nel film è quella di una giovane in formazione. Le sue scelte personali si intrecciano con la storia politica.
Rifiuta un matrimonio, sceglie la professione e ritorna al fronte. Fotografare diventa per lei un atto di resistenza e di libertà.
Il rapporto con la migliore amica e coinquilina è tratteggiato come un legame profondo. È una forma di sorellanza che protegge e accompagna.
Un cinema della memoria al femminile
Marazzi torna a lavorare sulla memoria femminile con uno sguardo che unisce cura storica e sensibilità poetica. Il risultato è un film che riporta in primo piano una figura rimossa dalla narrazione dominante.
La ragazza con la Leica non si limita a celebrare un mito. Ricostruisce una biografia complicata, fatta di errori, passioni e dedizione al mestiere della fotografia.
Articoli simili
- Roma illegale in streaming: documentario sulla scena rave romana anni ’90 su OpenDDB
- John Lennon, l’ultima intervista: un’esperienza travolgente
- Daft Punk, 5 anni dopo lo scioglimento: nuovo video di Human After All con immagini da Electroma
- Bernardo Bertolucci: documentario su Rai 3 stasera racconta la sua generazione
- Carhartt WIP svela nuova collezione costruendo una camera da letto

Martina Fabbri è una giornalista specializzata in cinema e serie TV. Analizza le produzioni con uno sguardo critico e un approccio accessibile, permettendo ai lettori di apprezzare le scelte artistiche dietro ogni opera. I suoi articoli valorizzano sia il cinema italiano sia le grandi produzioni internazionali.



