Il nuovo film di Stefano Bertelli ha debuttato al Milano Film Fest e porta l’animazione italiana verso territori insoliti. Spacetime Chronicles è un progetto che unisce artigianato visivo e riflessioni generazionali. È un’opera che sfida le aspettative e richiama l’attenzione dei festival internazionali.
Un’animazione artigianale che racconta una generazione
Spacetime Chronicles non aspira alla spettacolarità digitale di massa. Il film predilige una forma povera e potentemente espressiva: stop-motion su carta. Questa scelta estetica regala un senso di materialità. Ogni movimento sembra costruito pezzo per pezzo, come un pensiero che prende forma.
Al centro c’è Fred, ritratto di un Millennial in bilico tra sogno e disorientamento. Il protagonista vive in uno stato di sospensione emotiva. Le sue paure, le aspettative altrui e il bisogno di controllo diventano il motore narrativo del film.
Origini del progetto e percorso festivaliero
Da corti e videoclip a un lungometraggio ibrido
Bertelli parte da un cortometraggio di 24 minuti e da Acid Space, il suo primo lavoro animato del 2014. La carriera nei videoclip ha affinato il suo linguaggio visivo. Insieme a Riccardo Orlandi, ha sviluppato un’estetica low-cost ma sofisticata.
Dove ha già fatto parlare di sé
- Presentato fuori concorso nella sezione Controcampo del Milano Film Fest.
- Selezionato in festival internazionali di animazione, incluso Annecy.
- Accolto con curiosità per la sua originalità e per il mix di genere.
Trama e riferimenti culturali che alimentano il racconto
Il film si apre con immagini forti: un aereo che precipita, un buco nero e poi Fred che si ritrova su un autobus. Episodi frammentati che introducono un universo onirico e paradossale. L’intreccio procede per agganci emotivi più che per linee narrative tradizionali.
Nel percorso si percepiscono chiari richiami cinematografici. Dalle atmosfere inquietanti di Donnie Darko alle scale simboliche di Shining. Ma la cifra resta originale, contaminata da elementi del teen movie anni ’90 e da ironie tratte dall’animazione televisiva contemporanea.
- Presenza di archetipi: l’incontro fatale con una ragazza, un libro guida, la fuga verso Tokyo.
- Omaggi a Pinocchio, Matt Groening e alla regia immaginifica di Michel Gondry.
- Un gatto parlante, chiamato Freud, che funge da coscienza perturbatrice.
Temi scientifici e filosofici al servizio del racconto
Spacetime Chronicles intreccia scienza e ansia personale. Nuclei tematici come la Teoria del Caos, i buchi neri e l’entropia sono usati come metafore. Non si pretende divulgare fisica, ma usare concetti per raccontare il fallimento del controllo totale.
Il film mette in discussione la promessa generazionale di dominare il proprio destino. Tra sogni di perfezione e luoghi comuni, la pellicola mostra quanto sia fragile l’idea di pianificare la vita. Ogni tentativo di trovare ordine nel disordine si trasforma in una sfida umana e grottesca.
Stile visivo e soluzioni tecniche memorabili
La forza del film sta nella coerenza tra forma e contenuto. Toni pastello, movimenti irregolari e montaggio sincopato creano un’esperienza visiva unica. Le accelerazioni e gli slow motion accentuano la natura onirica del racconto.
- Stop-motion su carta come cifra estetica.
- Effetti pratici e piccoli artifici per suggerire il fantastico.
- Dialoghi scarni che lasciano spazio all’immagine e all’emozione.
Il viaggio a Tokyo come simbolo di desiderio collettivo
Se Tokyo è una meta cinematografica ormai mitica, qui rappresenta anche un desiderio di fuga. Cabinati arcade, simulatori e la scoperta del sushi evocano un passato in cui il mondo sembrava più grande. La capitale giapponese diventa dunque un luogo immaginario dove rincorrere perdite e speranze.
Voce autoriale: confessione personale e citazionismo
Bertelli non nasconde le proprie fonti d’ispirazione. Tuttavia, trasforma il citazionismo in qualcosa di personale. Il film è una confessione, a tratti malinconica e a tratti ironica. Tra alto e basso, realtà e finzione, si delineano spaccati intimi e collettivi.
Il risultato è un’opera sperimentale, fragile e coraggiosa. Non punta al consenso facile. Vuole invece stimolare lo spettatore a riflettere e a lasciarsi sorprendere.
Elementi che possono dividere il pubblico
Spacetime Chronicles è polarizzante. Per alcuni la struttura non lineare sarà un pregio. Altri la considereranno un limite. Il film richiede disponibilità al salto immaginativo e tolleranza dell’ambiguità.
- Ritmo discontinuo: adatto a chi ama sperimentare.
- Estetica low-cost: scelta stilistica, non economia narrativa.
- Risonanze culturali: apprezzabili dagli spettatori curiosi di cinema referenziale.
Collaborazioni creative e contributi
La partnership con Riccardo Orlandi ha modellato l’aspetto visivo. La lunga esperienza di Bertelli nei videoclip ha lasciato tracce nel montaggio e nelle soluzioni registiche. La sintesi tra musica, ritmo e immagine è uno dei punti di forza del film.
Il gatto Freud, che accompagna il protagonista, non è solo un espediente comico. È figura simbolica che amplifica il conflitto interiore e i paradossi narrativi.
Perché seguire Spacetime Chronicles nei circuiti festivalieri
- È un’occasione per vedere un’animazione italiana originale.
- Documenta una ricerca estetica che sfida le tendenze mainstream.
- Stimola dibattiti su identità generazionale e forme narrative.
Impatto culturale e prospettive per il cinema d’animazione italiano
Opere come questa ricordano che il cinema d’animazione può essere sperimentale e personale. Non serve la grande macchina industriale per creare immagini potenti. Con strumenti semplici si può proporre un discorso visivo e concettuale rilevante.
Spacetime Chronicles si inserisce in una scena che rivendica libertà creativa. Se il film troverà eco tra il pubblico e i professionisti, potrà spingere altri autori a osare con linguaggi simili.
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Martina Fabbri è una giornalista specializzata in cinema e serie TV. Analizza le produzioni con uno sguardo critico e un approccio accessibile, permettendo ai lettori di apprezzare le scelte artistiche dietro ogni opera. I suoi articoli valorizzano sia il cinema italiano sia le grandi produzioni internazionali.



