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Led Zeppelin: Led Zeppelin II (Atlantic, 1969)

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Mettere sotto pressione un incendio, led zeppelinsi sa, può generare esplosioni terrificanti.

Presi tra un inarrestabile successo di pubblico e le impietose stroncature da parte della critica musicale – storica quella a opera del sempre ottimo Rolling Stone, di cui vi proponiamo il testo con traduzione a fronte – i Led Zeppelin prolungarono la loro tournée lungo tutto il 1969, collezionando qualcosa come 150 concerti suddivisi in quattro tour negli USA, due nel vecchio continente e uno nel Regno Unito.

A questa sfrenata attività live, che da subito valse ai quattro una incrollabile reputazione di perfetti animali da palcoscenico, si aggiunse la pressione delle lusinghiere 400.000 prenotazioni a scatola chiusa giunte alla Atlantic Records per quello che sarebbe stato il seguito dell’album d’esordio. Il frenetico susseguirsi dei concerti aveva comunque un risvolto assai vantaggioso: ogni esibizione dei Led Zeppelin costituiva un unicum assoluto in cui il gruppo dava libero sfogo alla propria verve improvvisativa, per cui le continue esibizioni risultavano essere di enorme stimolo al processo creativo e offrivano la possibilità di elaborare e provare il nuovo materiale sera dopo sera, osservando le reazioni del pubblico.

I nuovi brani risentirono così della generale frenesia in cui vennero concepiti e risultarono ampiamente contaminati dai classici del blues che il gruppo proponeva durante le improvvisazioni. Le registrazioni avvennero nei ritagli di tempo, dove e quando capitava, sparse tra ben tredici diversi studi tra gli USA e l’Europa, il più delle volte prestandosi alle condizioni più incredibili e disagiate; la stupefacente parte vocale di Whole Lotta Love, per dire, venne registrata in uno studio senza le cuffie – senza cioè che Plant fosse in grado di sentire quello che cantava, mentre incideva. Ne nacque un disco duro e asciutto ma dall’impianto sonoro sorprendentemente granitico e coerente, nonostante l’estrema frammentarietà delle registrazioni; un lavoro privo della complessità strutturale dell’esordio ma solcato da riff di chitarra incendiari, entrati da subito nella leggenda, e caratterizzato da un repertorio di pezzi nelle cui vene pulsano gli umori più selvaggi e viscerali della musica del diavolo.

Led Zeppelin II si apre con il ruggito rabbioso di Whole Lotta Love.

Led Zeppelin Montreux liveUniversalmente riconosciuta come una delle punte di diamante più penetranti dell’intera storiografia rock, Whole Lotta Love è un classico immortale grondante di richiami sessuali estremamente espliciti e caratterizzato da un sound aggressivo e infuocato; a cominciare dal devastante riff di chitarra elaborato da Jimmy Page, celeberrimo e travolgente al punto da divenire istantaneamente un autentico topos, passando attraverso l’orgiastica sezione centrale, caratterizzata da rumori psichedelici che gli stessi Led Zeppelin definirono appropriatamente come un patchwork di “treni in frenata, donne in orgasmo, un attacco con il napalm sul delta del Mekong, un tornio d’acciaio registrato proprio mentre l’impianto veniva spento” e l’assolo di chitarra, capace di attingere alla migliore tradizione blues trasfigurandola ed esaltandone all’estremo i toni sporchi, lascivi e sessuali; per concludere con l’inaudita oscenità della parte cantata, scabrosa e carnale al limite del censurabile tanto nel modo quanto nei contenuti (“vuoi un pieno d’amore?/giù, fino in fondo/ti darò tutto il mio amore / ti darò ogni centimetro del mio amore”).

Numerose polemiche sono sorte, negli anni, a causa del fatto che Whole Lotta Love è effettivamente derivata da un blues di Willie Dixon intitolato You Need Love, cosa che il gruppo fu costretto a riconoscere ex post a seguito di una causa giudiziaria. In maniera analoga a quanto era avvenuto con Dazed And Confused e in linea con la successiva prassi del gruppo, va comunque sottolineato come Whole Lotta Love condivida con l’originale di Dixon unicamente alcuni spunti di natura testuale, assunto che le costruzioni metriche, timbriche e musicali del brano sono di completa paternità del Dirigibile. È stato inoltre correttamente fatto notare da numerosi esperti musicali ed etnomusicologi (tra cui l’autorevole Robert Palmer) come da sempre nel blues sia la norma “attingere versi da fonti anche coeve, tanto orali quanto registrate, addizionarle alla propria musica o a un proprio arrangiamento e ritenerla a tutti gli effetti una propria canzone”.

Nulla si crea, tutto si trasforma: è sempre stato così per qualsiasi musicista blues e non si capisce per quale motivo debba scandalizzare il fatto che i Led Zeppelin abbiano fatto altrettanto, soprattutto alla luce dell’infinita nuova gamma di risorse e umori e che sono riusciti a disvelare da quegli stilemi. Curioso notare, infine, come tale prassi fosse assai in voga all’epoca anche presso artisti di primissimo livello quali Beatles, Beach Boys, Rolling Stones e Bob Dylan, sotto forme assai più spudorate e radicalmente meno creative – per capirci, parliamo di dischi interi letteralmente riempiti a forza di “appropriazioni indebite” spacciate come proprie senza la benché minima rielaborazione – senza che però i soliti severi censori della critica musicale abbiano mai speso in polemiche verso costoro neppure un millesimo delle energie profuse per dare addosso ai Led Zeppelin. Com’è strana la vita.

Polemiche analoghe sorsero per i brani The Lemon Song e Bring It On Home.

The Lemon Song è di diretta derivazione da un LED ZEPPELIN II recensionebrano di Howlin’ Wolf intitolato Killin’ Floor che aveva viaggiato a lungo tra i flutti degli anni ‘60 – Hendrix aveva aperto proprio con quel blues la sua leggendaria esibizione al Monterey Pop Festival del 1967, per dire – fino ad approdare alla versione proposta dal vivo dai Led Zeppelin e incisa in occasione delle sessioni per il secondo album. Si tratta di un vero e proprio collage che vede armoniosamente interpolati tra loro versi del brano originario con altri di Robert Johnson (l’ormai storica metafora sessuale dello “squeeze my lemon ‘till the juice runs down my leg”), e alcuni spunti melodici dell’originale di Howlin’ Wolf – utilizzati per il ritornello strumentale – innestati su una base musicale invece elaborata dagli Zeppelin; l’apice del brano viene raggiunto nel lungo e soffuso ponte mediano prima della chiusura, dove a farla da padrone assoluto è il basso di John Paul Jones che si inventa un tappeto di fraseggi ipnotico e ammaliante, a uso e consumo dei singulti di Plant e delle calde e morbide divagazioni blues di Page.

Bring It On Home costituì un caso ancora più controverso, se possibile. Il brano in questione, dalla struttura assai lineare, si incentra su un riff di Page tanto irresistibile quanto memorabile che durante le strofe trasfigura in una serie di svisate sul tema tanto classiche quanto brillanti, con le salve batteristiche di Bonham che sembrano quasi incalzarle, al pari dei fraseggi vocali. Ai due estremi, a titolo di introduzione e chiusura, furono collocate due sinuose riduzioni della Bring It On Home a firma del solito Willie Dixon e di quel Sonny Boy Williamson II che ne fu anche l’interprete.

Fermo restando il disappunto l’accreditamento solo postumo di questi due scampoli “non autorizzati”, le polemiche che ne scaturirono raggiunsero un’asprezza inaudita, superando abbondantemente e senza alcun ritegno la soglia del ridicolo. Per dare l’idea del miserabile livello raggiunto, basterà ricordare come molti critici musicali arrivarono a mettere in giro la voce secondo la quale anche la sezione “centrale” di Bring It On Home sia in realtà plagiata da un blues del solito Willie Dixon intitolato Bring It On Back: peccato, però, che il brano in questione non sia mai esistito. Per la teoria Goebbelsiana del «ripetete una menzogna cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità», ad ogni modo, l’operazione riuscì in pieno e non è raro rinvenire ancor oggi dei biografi che persistono a riportare la balla in questione come se fosse un fatto acclarato e storicamente pacifico.

L’altra grande punta di diamante di Led Zeppelin II è Heartbreaker. Forte di un riff di chitarra uncinante e assai strutturato e del suo andamento incalzante, Heartbreaker è senza dubbio una delle canzoni più emblematiche dell’evoluzione sonora che il gruppo stava introducendo e non a caso viene regolarmente annoverata tra le massime espressioni dell’hard rock. La sua gestazione on the road è palese sin dalla sua struttura, articolata secondo il classico stile da “jam session” che aveva già caratterizzato molti brani del disco d’esordio ma con caratteri più concisi e asciutti, tali da conferire al brano un’andatura massiccia ma dinamica e una notevole solidità.

led zeppelin live Whole Lotta LoveOltre alla grande rilevanza in sé, ad ogni modo, Heartbreaker ha costituito una svolta assoluta per il dirompente assolo di chitarra che ne costituisce lo iato tra la prima e la seconda sezione, e che rimane tutt’ora uno dei più influenti e memorabili dell’intera storia del rock. Lasciata completamente da sola dal resto del gruppo, la chitarra di Page letteralmente impazzisce vomitando un numero sconsiderato di note a una velocità assolutamente impensabile per l’epoca, senza perdere minimamente in espressività o pienezza di suono.

Questa insolita declinazione di una sezione solista, già spettacolare di per sé, divenne un vero e proprio rituale durante le esibizioni dal vivo per via dell’abitudine di Page di eseguirla senza pizzicare le corde, semplicemente percuotendole con i polpastrelli della mano sinistra tenendo la chitarra sollevata sulla testa. E non sembra fuori luogo ricordare come Eddie Van Halen, interrogato nel 1980 nel corso di un’intervista sulla tecnica del tapping da lui codificata, proprio a proposito dell’assolo di Heartbreaker rivelò: «Ero a un concerto dei Led Zeppelin, e vedendo Page alle prese con tutti quei trucchetti mi chiesi perché non sviluppare ulteriormente quella tecnica degli “hammers on” con l’aiuto della mano destra».

Parla lo stesso linguaggio la smaliziata Livin’ Lovin’ Maid (She’s Just A Woman), forte anch’essa di un irresistibile riff di chitarra e di una struttura veloce e leggera nonostante la durezza del suono, in linea con gli impietosi versi di Plant, narranti di una attempata groupie che a quanto pare perseguitava il gruppo durante quelle prime tournées, e non è un caso che il brano segua di presso Heartbreaker, di cui condivide tanto lo spirito quanto l’argomento trattato. E completa prestigiosamente il terzetto la celeberrima Moby Dick, con il suo granitico riff di chitarra a fare da testa d’ariete di un insieme strumentale solido e compatto.

Moby Dick passerà alla storia per via del celebre assolo di batteria che ne caratterizza la parte centrale, quasi a voler fissare in modo definitivo la caratura da strumentista solista di cui Bonham aveva già dato amplissima prova. Al di là del folclore che lo ha da subito accompagnato, l’assolo di Moby Dick certifica in modo palmare (laddove ce ne fosse bisogno) la capacità di Bonham di conferire alla percussione una dimensione viva, coerente e musicale prima impensabile per uno strumento dalla sonorità tipicamente sorda come la batteria. Nondimeno, sembra opportuno rilevare come il lavoro batteristico da lui usualmente svolto nel corso delle registrazioni con i Led Zeppelin abbia un valore incommensurabilmente più elevato di quella singola prova di pirotecnia.

Inizialmente proposto con l’esilarante titolo di Pat’s Delight – Pat era il nome della moglie di Bonham – e un riff di chitarra completamente differente, Moby Dick ottenne un clamoroso riscontro da parte dal pubblico sin dalle sue primissime esecuzioni dal vivo, divenendo un irrinunciabile pilastro delle esibizioni dei Led Zeppelin fino a venire regolarmente reclamata a furor di popolo nei rari casi in cui veniva esclusa dalla scaletta. Sul palcoscenico, Bonham ebbe gioco facile nel ritagliarsi uno spazio adeguato per le sue improvvisazioni percussionistiche, non di rado estendendo il brano anche alla durata di mezz’ora e sperimentando soluzioni sempre diverse, quasi sempre includenti l’esecuzione di parte dell’assolo a mani nude piuttosto che con le bacchette, al pari di quanto già avvenuto nella registrazione di studio.

Brani come Moby Dick, Heatbreaker o Livin’ Lovin’ Led Zeppelin II recording sessions Olympic Studios giugno 1969Maid costituiscono l’esempio più evidente della svolta compiuta dal sound del gruppo, se possibile addirittura più marcatamente hard rispetto a quello dell’esordio. Sin dalle prime date della tournée Page aveva mandato in soffitta la Fender Telecaster preferendole una Gibson Les Paul Standard Sunburst del 1959, chitarra in grado di garantirgli una risonanza assai più elevata e caratterizzata da un timbro incomparabilmente più corposo e blues. La scelta si rivelò particolarmente felice: Led Zeppelin II avrebbe impresso un’ulteriore e ancor più radicale svolta all’entendre rock di quegli anni soprattutto per via del suono di chitarra che lo caratterizza, estremamente aggressivo ma in ogni caso caldo e appassionato. La Gibson Les Paul ‘59 sarebbe diventata la chitarra d’elezione di Page, che se ne sarebbe servito in modo pressoché esclusivo sia in studio che dal vivo per tutto il periodo con i Led Zeppelin e che da allora sarebbe stata a lui associata in modo indissolubile, al pari di quanto era successo con Hendrix e la Fender Stratocaster.

Nonostante il suo impianto granitico, Led Zeppelin II presenta anche un lato morbido e soffuso, a testimonianza di come il gruppo fosse intenzionato a proseguire e ampliare il discorso sull’alternanza tra “luce e ombra” già abbozzato nel disco d’esordio. L’esempio più alto in tal senso è senza dubbio rinvenibile in Thank You, delicata ballata acustica caratterizzata da timbriche estremamente rarefatte e da versi teneramente sentimentali, semplici quasi fino all’ingenuità: la voce di Plant, in particolare, presenta accenti di rara morbidezza che ne lasciano trapelare tutto il coinvolgimento emotivo nel rivolgersi a sua moglie Maureen, la quale lo aveva reso padre da pochi mesi.

Particolare attenzione merita il dolcissimo arpeggio che costituisce l’introduzione del brano, appropriatamente registrato con una chitarra a dodici corde allo scopo di esaltarne il piglio leggiadro e sfumato: la variazione tonale su cui è costruito, effettivamente caratterizzata da grande leva emotiva, ha costituito motivo d’esempio per molti gruppi che in seguito ne avrebbero preso spunto – su tutti gli Uriah Heep e i Guns N’ Roses – con risultati assolutamente memorabili.

Particolare attenzione merita anche la troppo sottovalutata Ramble On, uno dei tanti gioielli nascosti nei solchi della discografia del Dirigibile. Fedele alla struttura della “power ballad” inaugurata con Baby I’m Gonna Leave You nel disco precedente, ma con un’anima più spiccatamente folk, Ramble On costituisce un eccellente esempio del genere e alterna morbide strofe, efficacemente intessute attraverso suggestivi accordi aperti di chitarra acustica e morbidi singulti vocali, a irresistibili rotture hard nei ritornelli, efficacemente completate dagli acuti di Plant. Tanto nella costruzione strumentale quanto nelle liriche del brano si scorgono le prime vibrazioni e i primi richiami a quelle tematiche di carattere mistico ed esoterico che dal successivo LP diventeranno una costante nella produzione del gruppo, anche se ancora privi dell’alone sinistro che presto inizierà ad ammantare la musica e l’immagine del gruppo.

Il disco venne finalmente pubblicato il 22 ottobre 1969, ad appena dieci mesi dall’uscita del disco d’esordio, suscitando un’impressione tremenda nella critica musicale e una reazione di pubblico clamorosa al limite dell’isteria. Nei sei mesi successivi alla sua pubblicazione, Led Zeppelin II bruciò una media di 500.000 copie al mese nei soli Stati Uniti, sbattendo fuori dal primo posto della classifica Billboard Abbey Road dei Beatles e rimanendovi inchiodato per la bellezza di due mesi, lasciandosi alle spalle dischi fondamentali come Let It Bleed dei Rolling Stones e totalizzando complessivamente quasi tre anni di permanenza nella Top 200.

Le vendite di Led Zeppelin II proseguirono nel corso degli anni e dei decenni, con impennate che in alcuni casi hanno fatto addirittura rientrare l’album nella classifica Billboard, fino a sfiorare i 20 milioni di copie vendute, tredici dei quali solo in nordamerica. Ancor più rispetto a quanto non fosse avvenuto con il lavoro d’esordio, Led Zeppelin II venne immediatamente cristallizzato quale simbolo e capostipite di un intero genere; al proposito, lo stesso Ritchie Blackmore dei Deep Purple ammetterà nel 2001 che fu proprio in seguito alla sua pubblicazione che “decidemmo che quello era il genere di musica che volevamo suonare anche noi”.

 

TRACKLIST:
Led Zeppelin II cover1.    Whole Lotta Love
2.    What Is And What Should Never Be
3.    The Lemon Song
4.    Thank You
5.    Heartbreaker
6.    Livin’ Lovin’ Maid (She’s Just A Woman)
7.    Ramble On
8.    Moby Dick
9.    Bring It On Home


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