Home Musica Led Zeppelin – Celebration Day: recensione e tracklist (Swan Song/Atlantic 2012)

Led Zeppelin – Celebration Day: recensione e tracklist (Swan Song/Atlantic 2012)

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Il presagio di quanto stava per accadere a Londra, la sera del 10 dicembre del 2007, si era materializzato a inizio settembre, con la messa in vendita dei biglietti, quando il server che ospitava la prevendita online dei 18.000 posti disponibili era letteralmente collassato sotto la valanga delle oltre venti milioni di prenotazioni giunte in meno di 24 ore, finendo nel libro del Guinness Dei Primati per la Maggiore richiesta di biglietti nella Storia della Musica per una singola esibizione.

E dire che gli inconvenienti non erano neppure mancati, visto che a fine ottobre Jimmy Page aveva pensato bene di procurarsi una frattura al mignolo della mano sinistra cadendo nel suo giardino, facendo inevitabilmente slittare l’evento di due settimane rispetto all’iniziale programmazione del 26 novembre.

La cosa aveva oltretutto generato non poche preoccupazioni: il timore era che la convalescenza avrebbe pregiudicato non poco le capacità esecutive di Page, già comprensibilmente ridotte per via dell’età; a questo si aggiungevano i fantasmi delle apparizioni-lampo al Live Aid (1985) e al quarantennale della Atlantic Records (1988) in cui Page, Plant e Jones si erano mostrati imbolsiti e assenti, neanche l’ombra delle divinità pagane che tra gli anni ’60 e ’70 erano capaci di devastare arene e stadi con concerti distruttivi da quattro-cinque ore filate, attirando folle oceaniche come mai s’era visto prima di allora.

Basta l’accecante lampo di Good Times Bad Times, seguito dall’assordante boato dei diciottomila di Londra, per fugare ogni dubbio e riportare il calendario indietro di decenni: il ruggito dei tre strumenti all’unisono è di quelli che fanno gelare il sangue nelle vene, e lo scalpitare del resto del brano non è che la promessa di tutto ciò che ancora ha da venire. Allenta un po’ la presa Ramble On, alla prima esecuzione integrale dal vivo, che dilata gli spazi con i suoi irresistibili stop and go, in perenne bilico tra il soffuso e il graffiante, mentre la morsa torna a stringersi serratissima con la successiva Black Dog, granitica e veloce nella migliore tradizione live del brano.

Nel corso dei primi tre pezzi non può fare a meno di rilevarsi qualche rigidità che, se da un lato trovano ragione nella necessità di scrollarsi di dosso ben 30 anni di ruggine, dall’altro fondano essenzialmente su questioni tecniche: gli innumerevoli bootlegs circolanti dal 2007 hanno evidenziato come proprio l’esecuzione dei primi tre brani sia stata funestata dai fischi degli amplificatori – fortunatamente rimossi in post-produzione – con l’ovvio bagaglio di nervosismo che questo tipo di inconveniente porta con sé.

Nondimeno, uno dei principali punti di forza dell’edizione in commercio è proprio la sua assoluta aderenza alla prestazione di quella sera: ancora il confronto tra la versione ufficiale e i bootlegs dell’esibizione permette di evidenziare come gli interventi di studio siano stati veramente ridottissimi, quasi inesistenti.

Per dirla con le parole di Jimmy Page, “se vi dico che siamo intervenuti solamente per una manciata di correzioni, quello a cui faccio riferimento è seriamente nulla rispetto a quello che si fa in genere, e che altri avrebbero fatto. Il concerto è stato fantastico di suo, c’era veramente ben poco da correggere”: i fastidiosi fischi degli amplificatori nei primi tre pezzi, appunto, e alcune incertezze nella voce di Robert Plant sugli acuti nel finale di Kashmir, peraltro sportivamente ammesse dal diretto interessato, perché “a quel punto un po’ ero a corto di vapore, e in quel finale ci sono un sacco di note molto lunghe da sostenere”.

Excusatio non petita, Robert, vai tranquillo. Anche perché siamo di nuovo sull’impercettibile: confrontare per credere.

Non è necessario alcuno sforzo, infatti, per led zeppelinrendersi conto di come i difetti fisiologici di qualsiasi live – normalmente rettificati prima di qualsiasi pubblicazione – in questo caso siano stati invece lasciati tutti al loro posto: tanto per fare degli esempi, si vedano le approssimazioni vocali di Plant nella seconda strofa di Good Times Bad Times o quelle chitarristiche di Page, che per esempio in Black Dog ha un attimo di sbandamento in uno dei cambi e arranca un po’ durante le divagazioni soliste.

Nulla di male, ovviamente, ma si tratta di dettagli che la dicono lunga sulla genuinità dell’insieme e non fanno altro che aumentare l’aura di questa grandiosa esibizione: essì, perché se davvero questo è il livello a cui si trovano i Led Zeppelin alla bella età di 65 anni, senza alcun bisogno di additivi o lifting di sorta, tutti i loro coevi ed epigoni là fuori possono andare bellamente a nascondersi dalla vergogna.

L’accortezza di abbassare la tonalità dei brani, al fine di compensare la riduzione dell’estensione vocale di Plant occorsa negli anni, non influisce peraltro sulla loro riuscita complessiva: i poveri di spirito che ancora si ostinano a fare dell’ironia sul punto farebbero meglio a ricordarsi che per qualsiasi altra voce (che non sia quella di Plant nei primi anni ’70) il repertorio dei Led Zeppelin rimane semplicemente incantabile.

Le rigidità si dissolvono d’incanto con la polverosa In My Time Of Dying, proposta in una versione sudata e lasciva, nella migliore tradizione blues: durante i celebri call and response del brano Page e Plant iniziano a scambiarsi sguardi di intesa sempre più intensi e sorrisi di compiacimento sempre meno velati, e Jones e Bonham non mancano di partecipare: l’antica alchimia torna a vivere, e non c’è che da inebriarsene fino allo stordimento. In My Time Of Dying è uno dei vertici dell’intera esibizione: mentre la sezione ritmica scalpita in seno alle ondate di voce e chitarra condotte all’unisono, Plant si scrolla di dosso ogni inibizione e inizia a ruggire con la maestà di un leone, mentre Page si inventa sul momento due assoli di slide che manco la buonanima di Elmore James in giornata.

 LED ZEPPELIN – CELEBRATION DAYDa In My Time Of Dying in poi è tutto un impressionante crescendo che rende sempre più evidente – non senza un discreto sgomento da parte di chi assiste – come a trent’anni dallo scioglimento il devastante potenziale dello Zeppelin sia ancora perfettamente intatto. For Your Life, anche lei alla prima uscita dal vivo in assoluto, costituisce il secondo vertice della serata, cementando finalmente il suo status di gemma nascosta tra i solchi della discografia Zeppelin: per l’occasione Page sfoggia una sfavillante Gibson Black Beauty con 3 pickup – replica dell’esemplare che gli venne tristemente rubato nel 1970 – dispiegando una potenza di fuoco inaudita e dando vita a un muro di suono che sarebbe capace di fare un’impressione orrenda anche a un concerto degli AC/DC.

Il resto del repertorio si sussegue in modo rapido e incisivo, grazie alla consumata maestria dei quattro nell’imprimere all’insieme un ritmo da far tremare i polsi; di grandissimo valore è anche il veloce montaggio a opera del regista Dick Carruthers, tutto incentrato sulla dinamica del gruppo e proteso a valorizzarne la sbalorditiva energia live, senza particolari indugi sulla folla della O2 Arena o autocompiacimenti di sorta.

Trampled Underfoot, Nobody’s Fault But Mine e Misty Mountain Hop vedono così moltiplicare il loro incedere cadenzato e roccioso, tenendo orgogliosamente testa alle versioni del passato; analogo discorso vale per la sempreverde The Song Remains The Same, la quale, seppur lontana dai fasti raggiunti nell’omonimo film-concerto del 1976, rimane comunque quell’esplosione di luci e colori invece rimasta sottotraccia nella versione di studio del 1973.

Di grandissimo valore anche Dazed And Confused e No Quarter, tanto furiosa e allucinata la prima quanto nebulosa e sinistra la seconda. In Dazed And Confused Page sfodera il meglio del suo arsenale, trasfigurando il brano con ondate di puro stordimento alternato a parossismo attraverso il celeberrimo assolo di chitarra, suonato prima con l’archetto di violino e poi in modo convenzionale, abbandonandosi a una violentissima digressione solista che lo mostra in grandissimo spolvero; la splendida No Quarter è come al solito una vetrina per John Paul Jones, che così come in altri episodi del concerto si divide caricando di tinte tenebrose le volte del brano con le tastiere e mantenendo comunque salda l’ossatura ritmica dell’insieme attraverso il basso a pedali.

Meno brillante è invece Since I’ve Been Loving You, solitamente grande occasione per i laceranti fraseggi blues di Page che però stavolta stenta a trovare la chiave emotiva del pezzo, limitandosi a rendere in modo complessivo l’intensità del tema ma senza arrivare a toccarne il cuore, tenendosi lontano da quei vertici di straziante intensità di cui le sue improvvisazioni sono solitamente capaci.

L’esibizione raggiunge la sua apoteosi assoluta nella stupefacente Kashmir e le sue desertiche evocazioni di misteriose figure e di ancestrali preghiere: ritrovata appieno l’antica magia che li ha resi il più grande gruppo rock di tutti i tempi, nella notte di Londra i Led Zeppelin riescono nell’incredibile impresa di cristallizzare la canzone nella sua versione definitiva, superando ampiamente tutte quelle precedenti e consegnandola direttamente alla leggenda.

Plant scioglie i suoi epici versi con sacro furore, facendo ondeggiare il canto tra il recitativo e la ritualità tipica di certa musica araba, mentre Page lo sostiene in maniera eccelsa dispiegando ancora una volta un muro di suono di sovrumana potenza con la sua Gibson Les Paul accordata da sitar e sapientemente distorta con il fuzz; in tutto questo John Paul Jones è il grande trait d’union dell’insieme, grazie alla sua maestrìa nel profondersi contemporaneamente in tastiere d’archi, di fiati e basso a pedali e abilissimo a rincalzare e istoriare con motivi oscuri e sinistramente arabeggianti il sinuoso corpo della canzone; dal canto suo Bonham si impone con una sezione ritmica semplicemente pazzesca, ergendosi come un gigante alle spalle dei tre titani e collocandosi d’autorità in quello spazio da solista che era stato del padre, con un’aggressività e una gamma espressiva tali da levare il fiato.

La chiusura è naturalmente affidata a due pilastri assoluti come Whole Lotta Love e Rock And Roll. La prima non brilla per particolare incisività, pur evidenziando un’eccellente prestazione vocale di Plant, peraltro in evidente difficoltà rispetto all’oscenità del testo e indaffarato a smussarne dignitosamente le parti più estreme, evidentemente più congeniali al ventenne traboccante di testosterone che era quando lo concepì piuttosto che al distinto signore ultrasessantenne qual è attualmente.

Rock And Roll invece scalpita e scalcia come Led Zeppelin recensioneal solito, senza la minima esclusione di colpi, con Plant che raggiunge un livello di vocalità semplicemente spettacolare, al punto che chiudendo gli occhi sembra quasi di riaverlo davanti nei panni del dio greco dalla voce sovrumana che era tanti anni fa; non è da meno Bonham, che allestisce una chiusura pirotecnica degna del suo compianto genitore, con i tre compagni tutti rivolti verso di lui a osservarlo, benevoli e compiaciuti.

Il sorriso di pura felicità catturato sul volto di Jimmy Page alla fine di Rock And Roll è forse l’immagine migliore per riassumere quanto l’esibizione alla O2 Arena sia stata monumentale ed emotivamente coinvolgente – lo stesso sorriso che avevano stampato in volto i diciottomila presenti, storditi e confusi come se davvero quella notte nel cielo di Londra si fosse materializzata un’incursione aerea dello Zeppelin.

Ammesso che ce ne fosse bisogno, la reunion del 10 dicembre 2007 ha rappresentato l’ennesima conferma di quanto gli umori, i canoni e il suono dei Led Zeppelin abbiano stravolto e condizionato in profondità tutta la musica che dopo di loro sarebbe venuta, imprimendosi a fuoco nell’immaginario collettivo di almeno tre generazioni e continuando incredibilmente ad evolversi nonostante i 30 anni dallo scioglimento, come un’entità che vive di vita propria al di là dello spazio e del tempo.E non è un caso che siano in molti a giurare, tra coloro che quella sera di dicembre si trovavano alla O2 Arena, di aver visto le lancette dell’orologio fermarsi quando le dita del Grande Stregone hanno intessuto ancora una volta le magiche note di Stairway To Heaven.

Tracklist:

  1. Good Times Bad Times
  2. Ramble On – What Is And What Should Never Be
  3. Black Dog
  4. In My Time Of Dying
  5. For Your Life
  6. Trampled Underfoot
  7. Nobody’s Fault But Mine
  8. No Quarter
  9. Since I’ve Been Loving You
  10. Dazed And Confused
  11. Stairway To Heaven
  12. The Song Remains The Same
  13. Misty Mountain Hop
  14. Kashmir
  15. Whole Lotta Love
  16. Rock And Roll

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