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Il cielo di Bagdad: Unhappy the land where heroes are needed or lalalala, ok.

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Cieli immensi, e immenso amore. Scegli me fra i tuoi re…sono i cieli neri che io so, non si scioglieranno più. Cielo grigio su, foglie gialle giù. Dove va a finire il cielo? Si potrebbe continuare all’infinito a citare canzoni italiane nelle quali, prima o poi, fa la sua comparsa il cielo.

Il Cielo Di Bagdad cd album disco 2012Ma quando ti capita davanti il nome Il cielo di Bagdad no, non è una canzone che ti viene in mente. Ti viene in mente una strana immagine verdognola alla tv, datata Gennaio 1991, scura e confusa, e scie luminose su un cielo buio, e sibili seguiti da espolosioni: è appena iniziata la “Guerra del Golfo”. Io ho appena 7 anni e ci capisco poco, come è giusto che sia, ma quel video con le esplosioni verdi nel cielo non me lo sarei più dimenticato.

In compenso, né la musica né i volti dei ragazzi casertani che compongono Il cielo di Bagdad fanno venire in mente la guerra, e basta ascoltare il loro nuovo disco,  Unhappy the land where heroes are needed or lalalala, ok., per rendersene conto. Anzi, a partire dalla natura semi-seria del titolo, che passa da una citazione di Brecht alla più classica delle  “onomatopee” musicali, e finendo nel turbine di suoni e colori di cui sono piene le otto canzoni di cui è composto il disco, l’aggettivo che più si addice a quest’opera è “solare”.

Uno dei pregi maggiori delle canzoni proposte dal sestetto è quello di riuscire a sfuggire alla dicotomia “eccessivamente deprimente / eccessivamente cazzone” che fa apparire forzato e antiquato molto del rock alternativo odierno, catturando in una cifra stilistica unica e riconoscibile un insieme di emozioni dai toni distinti, come quando nell’apprezzare la bellezza cristallina di un paesaggio, con la brezza che ci accarezza la pelle, siamo pervasi da un ricordo malinconico o da una scintilla di nostalgia.

Certo, fra i pezzi affiorano di continuo influenze e citazioni Il Cielo Di Bagdad cd nuovo album disco 2012ben riconoscibili: spesso sembra di passare sotto Il cielo di Reykjavík, quello degli episodi più pop dei Sigur Rós o delle fatiche soliste di Jónsi, oppure sotto Il cielo di Montreal, dei pezzi meno pomposi e barocchi degli Arcade Fire; altre volte si riesce a fare velocemente il giro del mondo, come in It’s Over (secondo singolo tratto dal disco, dopo la quasi-title-track LaLaLaLa, Ok.), dove dall’attacco nel quale si scorge il Cielo di Teignmouth, cittadina portuale che ha dato i natali ai Muse,  si passa poco prima dei tre minuti ad un synth che sembra provenire dritto dritto dal cielo di Riposto, provincia di Catania, patria del maestro Battiato.

Ma la portata di questo disco non può certo esaurirsi nell’infinito gioco dei rimandi: la verità è che lo stile de Il cielo di Bagdad riesce ad essere assolutamente personale, e soprattutto ad apparire sincero: nessuna forzatura, nessun ammiccamento.

Unhappy the land where heroes are needed or lalalala,ok. è un disco allo stesso tempo vario e compatto, complesso e godibile, che l’ascoltatore può decidere di sezionare nota per nota, o di ascoltare perdendosi nella psichedelia campestre di questi pezzi, pensando che dopotutto, come diceva qualcuno, “passera’, passera’ anche se farai soltanto la la la” (ok?).


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