Home Style&Culture Google brevetta una tecnologia per censurare anche i “pensieri pericolosi”

Google brevetta una tecnologia per censurare anche i “pensieri pericolosi”

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Quante volte avete inviato un’email al vostro capufficio o ad un amico o presunto tale, per poi pentirvi di quello che avevate scritto? Purtroppo cosa fatta capo ha, ma Google sta lavorando anche su questo.

Nei laboratori segreti dell’azienda di Mountain View hanno realizzato un algoritmo speciale, che a quanto pare è in grado di interpretare ciò che l’utente scrive all’interno di una email e bloccarne l’invio se questo dovesse risultare lesivo delle leggi oppure dovesse contenere frasi “pericolose”.

Il primo pensiero, a questo punto, corre ad un’associazione immediata con il film Minority Report, in cui le tre precog riuscivano ad anticipare gli eventi e “vedere” i crimini prima che questi fossero realmente compiuti. In questo caso, però, il nome dell’algoritmo creato da Google è meno fantascientifico: Policy Violation Checker, ovvero controllo di violazione della policy. In pratica di tratta di una sorta di autocensura preventiva che permetterebbe di evitare la diffusione di pensieri che in qualche modo possano mettere la persona che li ha inviati in situazioni imbarazzanti (o peggio) con altre persone o con la Legge.

Certo un sistema del genere potrebbe essere assolutamente google privacy Policy Violation Checkerutile, ma anche terribilmente invasivo per la privacy dell’utente. Certo, al momento Google sta ancora brevettando l’algoritmo, ma non lo ha implementato sui propri server e reso operativo, quindi per adesso non si pone il problema privacy e quello libertà, ma qualora questo dovesse essere implementato le cose sarebbero ben diverse. Quanti accetterebbero senza remore di essere controllati così in profondità?

In effetti, Google fa sapere che nonostante vengano depositate decine di domande di brevetto ogni anno, non necessariamente queste poi si trasformano in prodotti reali. Certo che se mai questa tecnologia dovesse in futuro concretizzarsi, allora potremmo davvero parlare di autocensura digitale.

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