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Roberto Interdonato

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Trent’anni di vita editoriale sono un traguardo importante per un fumetto, ancora di più se si tiene conto della crisi dell’industria fumettistica e di tutto ciò che è cartaceo. Tuttavia, la Sergio Bonelli Editore non è nuova a traguardi del genere e così, dopo Tex, Zagor, Mister No e Martin Mystère (spero di non dimenticare nessuno), quest’anno è la volta di Dylan Dog spegnere le 30 candeline. Il primo albo della serie, “L’alba dei morti viventi” di Tiziano Sclavi e Angelo Stano, veniva pubblicato infatti il 26 Settembre del 1986.

Come da tradizione, l’anniversario viene festeggiato con un albo speciale interamente a colori, il numero 361 “Mater Dolorosa” di Roberto Recchioni e Gigi Cavenago, in edicola dal 29 Settembre 2016. Il titolo e (vagamente) il tema dell’albo erano stati annunciati già da tempo dall’autore, il quale è anche il nuovo curatore della testata dal 2013, e “portabandiera” di una vera e propria rivoluzione/rinnovamento del personaggio (di cui vi avevamo già parlato qui: Dylan Dog Fase 2: Ritorno al presente), approvata e incoraggiata dal suo creatore originale Tiziano Sclavi.

Superato l’obbligatorio cappello introduttivo, veniamo al succo dell’articolo: Mater dolorosa Dylan dogl’albo in questione. Annunciato come seguito di “Mater Morbi” (numero 280 della serie, di Recchioni e Carnevale), la storia è in realtà una sorta di misto fra un remake di Mater Morbi, un remake di La storia di Dylan Dog (l’ormai leggendario numero 100 a firma Sclavi/Stano, che per primo aveva gettato luce sulle origini del personaggio), e una storyline che fa da trait d’union fra queste due storie e la continuity attuale (aggiungendo un piccolo tassello allo strano rapporto tra Dylan Dog e il suo nuovo antagonista John Ghost).

Una cosa bisogna dirla subito e con estrema sicurezza: i disegni e i colori di Gigi Cavenago per Mater Dolorosa sono strepitosi. Sicuramente (per chi scrive) i migliori mai visti su un Dylan Dog a colori, probabilmente anche fra i migliori in generale. Le pennellate e i colori vivissimi (anche quando cupi e sommessi) di quest’albo avvolgono il lettore in una dimensione onirica e tesissima, senza rinunciare mai ad una perfetta descrizione dei personaggi e della dinamica delle tavole. Il tutto viene condito da alcune splash page che vorremmo vedere davvero più spesso in tutti gli albi Bonelli (rinunciando ai limiti della classica gabbia di vignette) e che meriterebbero davvero di essere esposte come opere a se stanti in qualunque museo.

Ma un albo non è fatto di soli disegni, quindi veniamo alla storia. Gli albi “celebrativi” sono sempre un po’ una spina nel fianco per gli autori: affrontare le origini di un personaggio, o comunque delle sfaccettature del suo carattere e della sua vita che raramente vengono fuori nella serie regolare, è sempre materia delicata. Quando quest’operazione deve essere fatta dopo trent’anni di vita editoriale, dopo altri sei o sette albi celebrativi, trovare davvero qualcosa di speciale da raccontare diventa ancora più complesso.

mater dolorosa recensioneMater Dolorosa, dal punto di vista narrativo, evidenzia tutti i suoi limiti di albo celebrativo: in altre parole, è abbastanza complesso dire con certezza cosa racconta. Per due terzi (se non come durata, almeno come “ricetta”) ci racconta cose che più o meno già conosciamo. Abbiamo la ripresa (in realtà una sorta di prequel) de La storia di Dylan Dog, con il galeone, Dylan bambino e malato incurabile, mamma Morgana disperata, e papà alle prese con i suoi alambicchi per tentare di guarire Dylan e, già che c’è, donare al mondo la vita eterna (ah, e sul ponte l’equipaggio in procinto di portare avanti un ammutinamento). Abbiamo il remake dell’autobiografico Mater Morbi, con Dylan malato terminale, perseguitato dall’inquietantissima madre di tutte le malattie, sotto forma di dominatrix dotata di frustino e vesti succinte (come dichiarato più volte in diverse interviste, Roberto Recchioni è affetto da una malattia congenita incurabile che gli causa, per usare un eufemismo, non pochi problemi di salute, ndr).

Le due storie vengono mescolate in maniera sapiente, con la mater morbi che fa la sua comparsa negli incubi del piccolo Dylan, e arriva ad uno scontro tutto al femminile con Morgana per la “tutela” del piccolo Dylan (moderato nel finale da un Dylan in versione Dawson Leery). In tutto questo, abbiamo la ricomparsa del “latitante” John Ghost (più Fassbenderiano che mai nei disegni e colori di Cavenago), il nuovo arcinemico di Dylan, presentato in pompa magna da quasi due anni, ma la cui presenza nella serie regolare è rimasta piuttosto marginale. Anche in questo caso la natura della sua relazione con Dylan, e il suo ruolo nella storia, rimangono poco chiari e dai contorni molto sfumati.

L’impressione è che tutto sia molto più raccontato dall’esperienza dylan dog 361 Mater Dolorosavisiva, che non dai testi, che per gran parte risultano essere eccessivamente lapidari, una sorta di sequela di aforismi perentori, tanto epici quanto eccessivamente frammentati. Da questo punto di vista, una cosa davvero coraggiosa sarebbe stata tirare fuori un albo “muto”, fatto solo di disegni: una scelta forse eccessiva per un’occasione del genere, ma che per certi versi sarebbe risultata ancora più funzionale alla storia che si è voluta raccontare.

In conclusione, da un certo punto di vista potremmo dire che Mater Dolorosa è un po’ lo Star Wars -Episodio VII di Dylan Dog. L’albo rappresenta il passaggio di consegne narrativo fra le origini di Dylan Dog raccontate da Sclavi e il Dylan/Recchioni di Mater Morbi, i quali vengono fusi insieme in un unico grande incubo. In più, da un punto di vista più prosaico, è una storia che cerca di accontentare vecchi fan e nuovi lettori. Un po’ come il film di J.J. Abrams, Mater Dolorosa finisce per essere in gran parte un remake citazionista abbastanza ammiccante, ponendo allo stesso tempo le basi per la vita futura del personaggio, lasciate però in questa sede solo accennate.

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Sergio Bonelli Editore, Anno Domini 2014. Tempo di grandi rinnovamenti: serie completamente a colori e divise in stagioni (Orfani / Orfani:Ringo), l’universo di Dylan Dog viene in buona parte rivoluzionato (vedi il post ), vengono prodotti numeri con copertine variant in esclusiva per Lucca Comics, si prospetta una riacquisizione dei diritti che erano stati venduti per produrre eventuali serie TV e motion comic (già pronto il debutto di quello di Orfani per il 6 Dicembre prossimo).

In questo marasma general, con relativamente poco preavviso e molto molto poco battage pubblicitario, arriva Lukas. Un fumetto horror con al centro una città governata dai non-morti. La prima cosa che verrebbe da dire è: ma non sarà una cosa un po’ già vista? Ed in effetti, fermandosi alla superficie, sia in Bonelli lukas numer o1 bonelli fumetto nuovo(Dylan Dog ovviamente, ma anche Brendon e Dampyr ad esempio) che fuori (The Walking Dead) temi di questo tipo erano stati ampiamente trattati. Per fortuna, alla prova dei fatti Lukas si è dimostrato un personaggio diverso e intrigante, decisamente degno della nostra (e vostra) attenzione.

Lukas nasce dalla penna di Michele Medda, creatore insieme ad Antonio Serra e Bepi Vigna di Nathan Never, una delle serie Bonelli di maggior successo degli ultimi 20 anni, e del suo spin-off Legs Weaver, sceneggiatore (sia in coppia con Serra e Vigna, che da solo) di diverse storie di Dylan Dog e Martin Mystere degli “anni d’oro”, e creatore, sempre per Bonelli, della miniserie Caravan. Insomma, non proprio l’ultimo arrivato.  Il design del personaggio è invece affidato a Michele Benevento (già con Medda in Caravan).

Nonostante il tema dei non-morti e la costina nera con scritte bianche e rosse riportino la mente alla fortunata serie a fumetti The Walking Dead e alla rispettiva (altrettanto fortunata) serie TV – abbastanza da indurre un occhio distratto in confusione più di una volta, in edicola – Lukas ha di certo più punti di contatto con un altro serial: il francese Les Revenants.

Come nella serie francese (che, piccolo off-topic, si fregia di un’eccellente colonna sonora dei Mogwai), i ridestati di Lukas non sono degli Zombie putrefatti e inebetiti: sono, all’apparenza, delle persone normali e in salute. Solo un po’ violenti e con un’alimentazione un po’ particolare (tipo, carne umana).

Il vero twist che differenzia Lukas dall’horror Bonelli per eccellenza (Dylan Dog) è che qui il protagonista non è (solo) un cacciatore di mostri: è egli stesso un mostro, un ridestato, cacciato e cacciatore. Un essere che dovrebbe essere cinico e malvagio e che invece si ritrova, a differenza dei suoi simili e probabilmente senza sapere nemmeno bene perché, a fare la parte del buono, nei limiti del possibile.

La caratteristica vincente di Lukas è il suo poter essere schiettamente vintage: per quanto Medda possa infarcire le storie di elementi che ci ricordino che siamo nel presente (smartphone, selfie, internet-dipendenti, e via dicendo), tutto in Lukas è lukas fumetto meddameravigliosamente retrò. La voce narrante che sembra uscita da un film noir degli anni ’50, la parata dei mostri più classici della tradizione horror (zombie, troll, lupi mannari), una protagonista femminile che si chiama Bianca Roberti (richiamando il contrasto fra nomi italiani e nomi anglofoni tipico di Diabolik): mentre su Orfani regna il colore, Lukas è l’apoteosi del bianco e nero, nelle tavole e nei contenuti.

Lukas rappresenta un’idea vincente perché può permettersi di essere tutto ciò che Dylan Dog non è (era?) più: immediato, cruento, citazionista, una lettura semplice con riferimenti colti, un anti-eroe tenebroso per cui parteggiare ma con riserva, un tipo misterioso di cui vorremmo sapere di più, ma con una certa paura di quello che andremo a scoprire.

In edicola trovate attualmente il numero 9 “Zombie” (uno dei più riusciti della serie, nel suo gioco di citazioni incrociate e nella sua crudele anti-morale), scritto da Medda (come tutti i precedenti) e disegnato da Andrea Borgioli (un altro punto a favore di Lukas: possiamo apprezzare disegnatori semi-esordienti che nelle altre testate non possiamo – ancora – vedere), mentre per ora sono stati confermati 24 numeri (che costituiscono due ideali stagioni da 12 numeri ciascuna).

Che dire, che siate amanti dell’horror o semplicemente amanti del fumetto il consiglio è uno solo: date una chance a Lukas.

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“Noi ce la mettiamo tutta per mantenerlo giovane, questo eterno trentenne. Sceneggiatori e disegnatori, e l’intera Casa editrice, sono costantemente impegnati per migliorare il livello delle storie” (Tiziano Sclavi, lettera di introduzione a Dylan Dog Numero 300 “Ritratto di Famiglia”, 2011).

Che Dylan Dog fosse un personaggio stanco, che si trascinava a malapena, ogni tanto visitando strade già note, altre allontanandosi fin troppo da casa, i fan di questo storico fumetto (creato nel 1986 da Tiziano Sclavi) se ne erano accorti già da un bel po’. Io stesso, che lo seguo dal lontano 1993, ormai da un po’ di anni finivo per comprare gli albi mensili quasi per inerzia, riponendoli su uno scaffale, e leggendoli a lotti di 5-6 in una qualche domenica dove non avevo di meglio da fare. Quando una storia superava di un pelino la sufficienza, era già una grossa emozione che comportava il telefonare a qualche amico per dirgli “dai, la storia di questo mese alla fine non era malaccio”.

Sarà l’avere avuto 10-15-20 anni in più, ma di certo non c’era la stessa trepidante attesa di una volta, di quando se tardavi di una settimana “mi dispiace, l’inedito è terminato”, di quando le storie ti rimanevano nel cuore e finivi anche per sognartele la notte. Ma se c’è stato un momento esatto in cui l’ho capito, è stato leggendo la lettera di Sclavi sul numero 300: una lettera fredda, forzata, di qualcuno che per questo personaggio forse ormai prova più odio che amore, che butta giù quattro righe di banalità terrificanti. Parole degne di una brochure aziendale: “sono costantemente impegnati per migliorare il livello delle storie”, che immensa tristezza vedere un genio come Sclavi non trovare di meglio da dire, per lo storico numero 300 della sua creatura.

Credo bisognasse essere molto distratti (o molto abitudinari, chi lo sa) per non accorgersi che Dylan Dog, per suscitare nuovo interesse, aveva bisogno di una bella scossa. Il citazionismo post-moderno di Sclavi, che prendeva a piene mani da cinema e letteratura ma sapeva bene come rielaborare il tutto, si era gradualmente trasformato in “prendiamo la sceneggiatura di quel film e mettiamoci Dylan al posto del protagonista”. L’esoterismo, il mistero e l’horror avevano lasciato spazio ad un poliziesco buonista con giusto qualche elemento straniante, una specie di Nick Raider con la camicia rossa e qualche turba psichica.

Quando ormai nessuno ci pensava nemmeno più, che roberto-recchioni-dyalndogsi potesse fare qualcosa in merito, è arrivata all’improvviso la rivoluzione. Non si sa bene come sia andata (o nel marasma di articoli, conferenze e dichiarazioni, forse me lo sono perso io): la Sergio Bonelli Editore, allarmata dal calare delle vendite, decide di fare qualcosa? Sclavi si accorge che Dylan ha ancora molto da dare e decide di fare qualcosa? Sclavi incontra qualcuno che gli sembra adatto a prendere in mano la situazione e lo investe di questo compito? (la versione pubblica credo sia più o meno quest’ultima). Chi lo sa, e che importa dopotutto.  Fatto sta che, ormai più di un anno fa, il curatore della testata cambia: dall’invisibile Giovanni Gualdoni al sovraesposto Roberto Recchioni.

Qualcuno ha detto che “quando fai le cose per bene, nessuno sospetterà che tu abbia fatto realmente qualcosa” (Futurama, 3ACV20 – Il Mestiere di Dio) ma non so quanto questo possa essere vero nel caso di Gualdoni: ha svolto per anni il suo compito di curatore senza mai intervenire veramente sulle sorti del personaggio, così “innocuo” da farci dimenticare quanto effettivamente l’operato di un curatore possa incidere su una testata. Al contrario, non credo di sbagliare (né di offenderlo) se dico che Roberto Recchioni sia l’autore Bonelli più (volontariamente) sovraesposto mediaticamente di tutti i tempi. Perennemente su Facebook a fare dichiarazioni, interagire coi lettori, postare anteprime, trovarsi in flame infiniti in cui partecipa attivamente, cercando di mantenere la calma (non sempre con successo, ma come biasimarlo). Insomma, un grosso inno al “bene o male, l’importante è che se ne parli”, che sembra funzionare alla grandissima: un rinascere diffuso dell’interesse verso Dylan Dog, che sembra cominci a riflettersi anche nei dati di vendita.

Certo, ogni tanto spunta qualcuno che si dichiara deluso, offeso, rattristato, che dice che non leggerà più Dylan Dog perché rrobe (questo lo storico nick di Recchioni sul web) è insopportabile. Ma meglio questo, o l’indifferenza verso un personaggio che vendeva comunque le sue 100-120 mila copia per pura inerzia? Secondo me, assolutamente meglio questo: un rischioso vento di rinnovamento, che spazzerà via un po’ di cose. Ma chi vivrà vedrà e bisogna gioire del fatto che ci sia qualcosa da vedere, qualcosa per cui vale la pena andare in edicola e chiedersi cosa succederà questo mese al nostro eroe.

DylanDog-Spazio-PronfondoAppena nominato, Recchioni ha annunciato le due fasi del rinnovamento di Dylan Dog: un anno di “Fase 1” (dal 325 “Una Nuova vita” al 336 “Brucia strega… brucia!”), in cui sarebbero state “rimaneggiate” delle storie già in programma, per cominciare a riportare il mood delle storie a quello di un tempo, e Angelo Stano avrebbe cambiato totalmente la realizzazione delle copertine, avvicinandosi ad una splendida vena minimal-pop-art. Questa Fase è terminata ad Agosto 2014, lasciando spazio alla Fase 2, inaugurata con il numero 337 “Spazio Profondo”: un albo celebrativo interamente a colori, una storia “fuori serie” ambientata in un lontano futuro, ricca di metafore metafumettistiche sulla condizione del personaggio stesso.

Nel numero 338 (uscito il mese scorso, Ottobre 2014), inizia la rivoluzione vera e propria con uno storico cambiamento: l’ispettore Bloch ottiene finalmente la pensione che brama dal lontano 1986 (ma non sparirà dalla serie). E il futuro si prospetta ricco di altri cambiamenti: un nuovo ispettore (Carpenter) ostile a Dylan Dog, con un assistente musulmana, Groucho avrà uno smartphone (o qualcosa di simile) che costringerà Dylan ad avere a che fare con l’odiata tecnologia e, soprattutto, vedremo un nuovo nemico (John Ghost).

La novità più grande infatti non sta in questi dettagli “sensazionalistici” , john ghost dylan dogma nel fatto che d’ora in poi verranno seguiti degli archi narrativi: gli episodi mensili saranno fruibili singolarmente, ma ci sarà una sottotrama a collegarli tutti e formare delle macro-storie, simili alle saghe tanto popolari nel fumetto USA fin dagli anni ’60. Una bella novità, per un fumetto che da quasi 30 anni vive di microcosmi usa e getta che vengono creati un mese per morire il mese dopo (sono davvero poche le storie di Dylan Dog che possono essere “collegate” fra di loro a formare un universo coerente). L’universo del Dylan Dog pre-rivoluzione continuerà a vivere sul quadrimestrale Maxi (rinominato ora “Old Boy”), mentre a quanto pare lo speciale sarà dedicato al “what if” del “Pianeta dei Morti” di Alessandro Bilotta (saga distopica ambientata nel futuro, già apparsa in due Color Fest ed un albo Gigante, raccolte in uno splendido volume da fumetteria per l’editrice Bao) e l’almanacco conterrà una storia con protagonista Bloch.

Che dire, c’è chi gioisce del cambiamento, chi si lamenta perché Recchioni copia da questo o quel videogame o film (ma Sclavi faceva lo stesso, solo che i lettori non conoscevano tutti gli Horror in bianco e nero e la fantascienza di nicchia che lui amava citare, e quindi “rompevano” di meno), tutti di certo hanno un po’ paura: ma è giusto così, non si tratta pur sempre di un fumetto horror?

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La notizia era nell’aria da tempo, ma quando si parla di “grandi ritorni” la cautela è d’obbligo. Ora però arriva l’ufficialità: i Suede torneranno a Marzo con un nuovo album di inediti, a più di dieci anni dal precedente A new morning!

Dieci anni sembrano tanti, se pensiamo che quando su Mtv spopolava il video di She’s in fashion, i ragazzi che quest’anno hanno raggiunto la maggiore età, all’epoca avevano 5 anni. Sembrano un po’ meno se invece facciamo caso a come la musica del gruppo non sia invecchiata affatto.

L’album si intitolerà Bloodsports e Brett Anderson e soci sono così impazienti di farci ascoltare i frutti della loro ritrovata alchimia compositiva, da regalarci un primo estratto dal disco in free download. La canzone si chiama Barriers e ad ascoltarla sembra che il tempo non sia passato; quel misto di malinconia, passione, epica e romanticismo che ha sempre caratterizzato la musica del gruppo è rimasta intatta, meravigliosa come dieci anni fa.

La canzone si può ascoltare e scaricare suede nuovo album 2013gratuitamente dal link Suede Barriers, oppure su Youtube insieme ad un video semplice ma evocativo e che trovate in coda al post.

Ed ecco la dichiarazione rilasciata da Brett Anderson ad NME:

“Dopo un anno di sangue e sudore per lavorare sul nuovo album, finalmente è tutto pronto e volevamo rendere disponibile il prima possibile del materiale. ‘Barriers’ non è il primo singolo, ma siamo tanto orgogliosi da decidere di diffonderlo perchè crediamo che rappresenti alla perfezione l’anima pulsante e romantica del disco. E’ un disco sulla caccia, sul desiderio e sull’eterno gioco carnale dell’amore.

Probabilmente è il più difficile che abbiamo mai composto, sicuramente il più soddisfacente. Le dieci canzoni descrivono perfettamente quello che gli Suede sono sempre stati: teatro, melodia e rumore”.

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Is David Bowie Dying?? (David Bowie sta morendo?, ndr) chiedevano i Flaming Lips e Neon Indian nel titolo di una loro recente collaborazione.

Domanda relativamente lecita sotto tutti gli aspetti: dal punto di vista fisico, il duca bianco non fa più tour da un bel po’, e negli scorsi anni ha avuto qualche serio problema di salute. Da quello artistico, l’ultimo disco (Reality) risale esattamente a dieci anni fa, e a dirla tutta non era proprio il massimo.

Insomma, ormai anche i fan più accaniti si stavano rassegnando ad un suo ritiro dalle scene: mai più l’emozione di ascoltare un suo nuovo disco, mai più la possibilità di vedere un suo concerto…al massimo la gioia di seguire la promettente carriera da regista del figlio Duncan Jones.

E invece…non fai in tempo a riprenderti david bowie The Next Day Where are we nowdalla ricomparsa dei Pulp e dei Suede, che la mattina del suo 66esimo compleanno David Bowie ti fa un regalo inaspettato: lo streaming del primo singolo estratto dal suo nuovo disco!

Il disco si chiamerà “The Next Day” e uscirà il 12 Marzo per Columbia Records, registrato a New York con la produzione di Tony Visconti. Il singolo invece si chiama “Where are we now?”, è una malinconica ballata nella quale il duca passeggia per le grigie strade di Berlino, e potete ascoltarla qui:

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Potevamo noi di PausaCaffè sottrarci al gioco della classifica di fine anno, croce e delizia di ogni appassionato di musica? Potevamo tirarci fuori dalla giostrina dei “ci sono troppi vecchi”, “chi sono questi sconosciuti?”, “non ti può piacere quella roba, ti fai influenzare dalla moda!”, “ma questo è pop mainstream da ragazzette!”, “il disco è proprio così o si è rotto lo stereo?!”? Evidentemente no!

O almeno non del tutto: quella che vi apprestate a leggere, più che una classifica, si potrebbe definire una bag of songs: un insieme disordinato di belle canzoni che hanno accompagnato il 2012 ormai al termine.

Ma ora basta con le chiacchiere e via con la bag, in ordine rigorosamente sparso:

# E’ tornato l’uomo nero  del rock britannico, ma alle cupe atmosfere dark wave di qualche anno fa si accosta un’inedita vena dream pop che crea affascinanti chiaroscuri, come in questa “I know (You Love me)” :

O Children – I know (You Love me)

 

# Di solito le reunion puzzano di bruciato, questa invece ci stordisce con i fumi dell’oppio, e con l’immutata classe cristallina di Brendan Perry e Lisa Gerrard:

Dead Can Dance – Opium

 

# Una delle accuse più comuni che si fanno alle rock band è di prendersi troppo sul serio: gli esordienti Vadoinmessico fugano subito ogni dubbio con questo pezzo esotico con contorno di gorilla:

Vadoinmessico – Pepita Queen of the Animals

 

# Math-pop? Armonie per voci aliene? Singoli da classifica o roba da intellettuali radical chic? Chi lo sa, l’unica cosa certa è che questi ragazzi di Leeds con le facce così pulite e lo sguardo così ingenuo hanno inanellato al primo colpo una serie di pezzi clamorosi, se poi cominciano anche ad “andare di moda” tanto meglio!  Tra le diverse anime del gruppo la nostra scelta ricade sulla vagamente inquietante Fitzpleasure:

Alt-J – Fitzpleasure 

 

# Da elegante crooner del nuovo millennio (vedere il singolo che gli diede il successo, “Coles Corner”), Richard Hawley si è trasformato senza preavviso in alfiere del brit-rock psichedelico. Ben venga la trasformazione, visto che ci regala questo viaggio accecante che ci riporta alle atmosfere dei primissimi Verve:

Richard Hawley – She brings the sunlight

 

# Fino a qualche tempo fa, se avessi visto Mark Lanegan nella classifica di qualcuno sarei stato uno dei primi a dire “ma non ti vergogni a mettere in classifica certi dinosauri? Vedi che siamo nel 2012!”. Bene fino a qualche tempo fa ero decisamente stupido: una bella canzone la si può scrivere a 20 anni come a 70. Nella fattispecie, il buon Mark si rimette parecchio in gioco con suoni sintetici e atmosfere rarefatte, senza paura,  and what is done, is done:

Mark Lanegan – Tiny Grain of Truth –

 

# Considerando quanto sia ormai difficile ascoltare del pop veramente di qualità, a parere di chi scrive resta inspiegabile come un talento come Patrick Watson resti un semi-sconosciuto sia negli ambienti mainstream che in quelli alternativi. Non penso serva aggiungere altro alle note celestiali di questa Lighthouse:

Patrick Watson – Lighthouse

 

# Un’arida pianura, un capanno che brucia sullo sfondo. E’ la scena in cui Patricia Arquette, nuda, si alza e sussurra all’orecchio di Balthazar Getty “Tu non mi avrai…mai”. E in sottofondo parte questa canzone. A dire il vero no, nel film (Lost Highway, ndr) ne parte un’altra (http://youtu.be/Laf8bhSeGNY), ma appena ho ascoltato questa splendida rivisitazione dell’omonimo classico del 1957 non ho potuto fare a meno di pensare a David Lynch:

Flaming Lips featuring Erykah Badu – The First Time Ever I Saw Your Face

 

# Il sedicente ghost rock dei Piano Magic con gli anni si fa sempre più ghost, sempre più cupo, sinistro, minimale. Si gela il sangue nelle vene a sentire la voce di Glen Johnson ripetere che no, la vita con lui non ha ancora finito:

Piano Magic – Life has not finished with me yet

 

 

# Essere sulla cresta dell’onda da quasi 40 anni e non sentirli: vedere alla voce Paul Weller. L’ex leader di Jam e Style Council non sbaglia un colpo, e sentire questa Green in cuffia ad alto volume ha rischiato di far fare una brutta fine a quei quattro neuroni buoni che mi sono rimasti:

Paul Weller Green

 

# Tornano dopo più di dieci anni i californiani Spain, pionieri dello slowcore e autori di un capolavoro dimenticato come The Blue Moods of Spain (Restless Records, 1995). Qualcuno li accusa di essere per lo più uguali a se stessi, ma se questo significa sfornare una ballata come Falling, bè a noi va benissimo lo stesso:

Spain – Falling

 

# Atmosfere celtiche ed echi del folk rock degli anni d’oro, nella musica di Sam Lee, il folk di gruppi intoccabili quali Pentangle, Fairport Convention e Incredible String Band. Ma incredibilmente (quantomeno dopo una premessa del genere) le sue canzoni non appaiono affatto datate, provare per credere i ricchi arrangiamenti con cui dà nuova vita al traditional “The Ballad of George Collins”:

Sam Lee – The Ballad of George Collins

 

# Saltando “di folk in folk” , nel 2012 Andrew Bird e il suo violino ci hanno regalato ben due album. Anche l’immediatezza è una dote da non sottovalutare, e la fischiettante allegria di Danse Carribe  conquista al primo ascolto e si annida nel cervello per ripresentarsi quando meno te l’aspetti:

Andrew Bird – Danse Carribe

 

# Ci sono ritorni che fanno sempre piacere. Quelli di artisti così immensi che, già lo sai, è veramente difficile che in un album non piazzino almeno un paio di grandi canzoni. Caetano Veloso è sicuramente uno di questi, e il suo “abbraccione” fresco di uscita, fra ritmi cadenzati e assoli acidissimi è uno dei colpi di coda del 2012:

Caetano Veloso – Um Abraçaço

 

# Jason Spaceman, è difficile perdonarti per aver bidonato l’Ypsigrock Festival 2011. Il fatto che tu abbia tirato fuori una cavalcata rock di oltre 8 minuti con echi di krautrock, country e chissà cos’altro, corredata per altro da un video che è un cortometraggio vero e proprio, è sicuramente un passo avanti per ottenere il nostro perdono!

Spiritualized - Hey Jane

 

# La parabola dell’indie-pop : da oggetto misterioso a genere del momento, fino ad essere uno di quei generi così inflazionati da scatenare odio e indifferenza al solo sentirli nominare. La verità è che, come in tante altre cose, l’indie-pop basta saperlo fare. E questa deliziosa gemma adolescenzial-Smithsiana dei brittanici The Heartbreaks è qui a dimostrarlo:

The Heartbreaks – Delay, Delay

 

 

 

 

 

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Cieli immensi, e immenso amore. Scegli me fra i tuoi re…sono i cieli neri che io so, non si scioglieranno più. Cielo grigio su, foglie gialle giù. Dove va a finire il cielo? Si potrebbe continuare all’infinito a citare canzoni italiane nelle quali, prima o poi, fa la sua comparsa il cielo.

Il Cielo Di Bagdad cd album disco 2012Ma quando ti capita davanti il nome Il cielo di Bagdad no, non è una canzone che ti viene in mente. Ti viene in mente una strana immagine verdognola alla tv, datata Gennaio 1991, scura e confusa, e scie luminose su un cielo buio, e sibili seguiti da espolosioni: è appena iniziata la “Guerra del Golfo”. Io ho appena 7 anni e ci capisco poco, come è giusto che sia, ma quel video con le esplosioni verdi nel cielo non me lo sarei più dimenticato.

In compenso, né la musica né i volti dei ragazzi casertani che compongono Il cielo di Bagdad fanno venire in mente la guerra, e basta ascoltare il loro nuovo disco,  Unhappy the land where heroes are needed or lalalala, ok., per rendersene conto. Anzi, a partire dalla natura semi-seria del titolo, che passa da una citazione di Brecht alla più classica delle  “onomatopee” musicali, e finendo nel turbine di suoni e colori di cui sono piene le otto canzoni di cui è composto il disco, l’aggettivo che più si addice a quest’opera è “solare”.

Uno dei pregi maggiori delle canzoni proposte dal sestetto è quello di riuscire a sfuggire alla dicotomia “eccessivamente deprimente / eccessivamente cazzone” che fa apparire forzato e antiquato molto del rock alternativo odierno, catturando in una cifra stilistica unica e riconoscibile un insieme di emozioni dai toni distinti, come quando nell’apprezzare la bellezza cristallina di un paesaggio, con la brezza che ci accarezza la pelle, siamo pervasi da un ricordo malinconico o da una scintilla di nostalgia.

Certo, fra i pezzi affiorano di continuo influenze e citazioni Il Cielo Di Bagdad cd nuovo album disco 2012ben riconoscibili: spesso sembra di passare sotto Il cielo di Reykjavík, quello degli episodi più pop dei Sigur Rós o delle fatiche soliste di Jónsi, oppure sotto Il cielo di Montreal, dei pezzi meno pomposi e barocchi degli Arcade Fire; altre volte si riesce a fare velocemente il giro del mondo, come in It’s Over (secondo singolo tratto dal disco, dopo la quasi-title-track LaLaLaLa, Ok.), dove dall’attacco nel quale si scorge il Cielo di Teignmouth, cittadina portuale che ha dato i natali ai Muse,  si passa poco prima dei tre minuti ad un synth che sembra provenire dritto dritto dal cielo di Riposto, provincia di Catania, patria del maestro Battiato.

Ma la portata di questo disco non può certo esaurirsi nell’infinito gioco dei rimandi: la verità è che lo stile de Il cielo di Bagdad riesce ad essere assolutamente personale, e soprattutto ad apparire sincero: nessuna forzatura, nessun ammiccamento.

Unhappy the land where heroes are needed or lalalala,ok. è un disco allo stesso tempo vario e compatto, complesso e godibile, che l’ascoltatore può decidere di sezionare nota per nota, o di ascoltare perdendosi nella psichedelia campestre di questi pezzi, pensando che dopotutto, come diceva qualcuno, “passera’, passera’ anche se farai soltanto la la la” (ok?).


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